Sembrerà strano, ma è proprio così. Il 24 giugno del 2007 mi ritrovai, inviato dal giornale Il Tirreno, ad assistere ad una delle scene più straordinarie che possa ricordare una persona. Si trattava di raccontare l’ultima – o almeno quella che si riteneva potesse essere l’ultima – messa di Don Renzo Fanfani ad Avane. Una messa surreale, perché come altre volte era accaduto, si svolgeva in un luogo un po’ particolare, la Casa del Popolo. Io non avevo mai assistito a una messa in una casa del Popolo. Di Avane per giunta. E poi, alla fine della messa, ecco l’evento ancora più inatteso: Don Renzo Fanfani, già capitano dei Granatieri di Sardegna, invita i suoi ex commilitoni, ormai alti ufficiali in congedo dai Granatieri, a prendere un aperitivo in quella calda giornata d’estate. Dove? Alla Festa de L’Unità allestita lì davanti naturalmente. Incredibile! C’erano anche due generali. Superato il primo imbarazzo, tutto filò liscio. Io naturalmente li seguii fino al bancone del bar. Momenti indimenticabili. Oggi ripropongo i due articoli che scrissi  in quell’occasione e che ripercorrono quella giornata e la vicenda biografica inimitabile di Don Renzo. Lo faccio alla vigilia del conferimento del Sant’Andrea d’oro al prete operaio.

Il saluto di don Renzo alla casa del popolo

EMPOLI. L’ha chiamata la “messa dell’arrivederci”. Ma forse sarà un addio. Don Renzo Fanfani da ieri non è più il parroco di Avane. Ufficialmente il prete operaio va via per un anno, va in Trentino, tra i monti innevati della val di Non. Ma a giudicare dalle circostanze e dalla solennità della celebrazione di ieri mattina, probabilmente la sua è una partenza a tempo indefinito, forse per sempre.
La sua ultima messa empolese, don Fanfani ha voluto celebrarla in un luogo anomalo per un parroco, ma non per lui: nel salone della casa del popolo di Avane. Una scelta non nuova, emblematica del suo modo di fare il parroco il più possibile vicino alla gente, di trovare il sacro dove veramente sta, al di là di ogni etichetta o rituale. Anche a costo di entrare in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche.

Don Renzo con la divisa di capitano dei Granatieri
Don Renzo con la divisa di capitano dei Granatieri

A salutarlo c’erano oltre 300 persone. Molti hanno pianto per la durata di tutta la funzione, tanti gli applausi anche durante la messa e la commozione. Alla sinistra del tavolo che fungeva da altare ha preso posto un drappello di una decina di alti ufficiali dei Granatieri di Sardegna in congedo, ex compagni d’armi del sacerdote. «Non ci sono spazi sacri o profani – ha esordito don Renzo ai fedeli – ci sono attività sacre indipendentemente dal luogo dove si svolgono: il lavoro, soprattutto quello manuale, l’aiuto verso gli altri in difficoltà, l’opposizione alle opere di morte, cantare, gioire insieme, riunirsi per celebrare la messa, queste come molte altre sono attività sacre, e non conta dove si svolgono, se alla casa del popolo, in chiesa o in strada». Sull’altare apparecchiato, gli alamari da granatiere ed il basco, il pialletto e la sega, «gli strumenti usati anche dal falegname di Nazareth – ha esclamato – poi la carretta e la pala del muratore, la canna del vetraio, l’incudine ed il martello del fabbro. Gli attrezzi di una vita». «Quando ho giurato sulla Costituzione, in accademia, la mia vita ha avuto una svolta – ha continuato – e quelli sono divenuti i valori di riferimento per la mia esistenza: la dignità del lavoro, la vera uguaglianza, la democrazia, la solidarietà». Poi con un filo di commozione ha proseguito: «Gli alamari, il pane ed il vino accanto alla croce, gli attrezzi da lavoro, e i vostri volti: qui oggi c’è tutta la mia vita». Don Renzo se n’è andato così, ufficialmente, dicevamo, per un anno, ma forse per sempre. Lascia per tanti motivi: «Carla Franceschini mi ha aiutato per trent’anni e adesso forse ha bisogno, per la prima volta, del mio aiuto – ha detto – andremo nel suo paese natale in provincia di Trento, dove vuole tornare. Farò il prete a Mollaro, in Val di Non, dove un tempo c’era un prete operaio come me, e adesso è morto». Con un filo di voce poi ha confidato: «Spero di aver costruito qualcosa in questo piccolo angolo di mondo, in questo microcosmo che è Avane, qualcosa che possa servire da esempio. Ho avuto in questi giorni tante visite, tante manifestazioni d’affetto. Ma adesso mi sto accorgendo di essere invecchiato, e per continuare a dare qualcosa agli altri, ho bisogno di riflettere a lungo, in un posto lontano dai miei ricordi».

Dal Pignone all’Esercito fino ai voti: una vita in trincea

Don Renzo Fanfani il 1 maggio 1996
Don Renzo Fanfani il 1 maggio 1996

EMPOLI.Renzo Fanfani, nato a Firenze nel 1935 in una famiglia piccolo borghese, dopo gli studi di ragioneria, a 19 anni – nel 1954 – entra al lavoro alla Pignone di Firenze, lo stesso luogo dove dal 1950 aveva lavorato anche Bruno Borghi, il primo prete operaio italiano (autorizzato dal Cardinale Elia Dalla Costa). Nel 1955 s’iscrive all’Accademia militare di Modena; supera brillantemente le selezioni ed entra nell’Esercito Italiano frequentando il 12º corso allievi ufficiali. Nel 1957, ottenuta la “stelletta” da ufficiale, è assegnato al primo Reggimento Granatieri di Sardegna. Avviato ad una brillante carriera nei ranghi del prestigioso corpo, arriva fino al grado di capitano; lascerà l’esercito dopo otto anni d’onorato servizio. Poi la svolta verso il seminario. A 31 anni, nel 1966, è ordinato sacerdote. Sarà un “prete operaio”, all’inizio addirittura senza il permesso del cardinale. Lavorerà come operaio in aziende chimiche ed in fonderia a Firenze, poi in vetreria ad Empoli e infine, prima di andare in pensione, svolgerà in maniera eccellente l’attività di fabbro. Nel 1990 la diocesi di Firenze destinò Don Renzo alla parrocchia di Avane, piccolo borgo della periferia empolese. Innumerevoli le attività promosse dal sacerdote nella frazione, sempre con un unico obiettivo: rendere Avane centro e non periferia abbandonata a se stessa. L’impegno per i diritti e la tutela dei più deboli hanno sempre contraddistinto il suo ministero religioso. Balzarono agli onori della cronaca le sue prese di posizione, nel 1999, contro i 400 licenziamenti alla Nuovo Pignone, così come le sue tante prese di posizione politiche; una delle ultime, in occasione del referendum costituzionale, nel 2006, con i quattro grandi striscioni rossi lunghi 20 metri appesi al campanile per pronunciare il suo no nei confronti dello stravolgimento del testo della Costituzione repubblicana. «La Chiesa non può rimanere neutrale di fronte al referendum costituzionale», ebbe ad affermare nell’occasione don Renzo, anche in qualità di presidente del comitato empolese in difesa della Costituzione. Fin dal 1995, in occasione della cresima, consegna ai ragazzi una copia della “Bibbia religiosa”, ovvero il Vangelo, e una copia della “Bibbia laica”, la Costituzione. “In una mano il Vangelo, nell’altra la Costituzione”, è forse il suo slogan preferito. A causa delle sue manifestazioni è entrato spesso in contrasto con le alte gerarchie ecclesiastiche. «Tutto sommato però, rispetto ad altri preti, mi è andata anche troppo bene – ha esclamato durante la messa – soprattutto perché non ho mai amato fare il ruffiano, e a volte questo si paga. Non è il mio caso».

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA