Un empolese nel gelo della steppa russa. Tiziano Tamburini, il sergente nella neve. Correva l’anno 1943.

Tiziano Tamburini con i commilitoni. Tamburini è il terzo da sinistra
Tiziano Tamburini con i commilitoni. Tamburini è il terzo da sinistra

«È da molto tempo che mio nonno Tiziano, novantottenne empolese ancora autosufficiente nonostante la sua veneranda età, mi suggerisce di scrivere la sua vita militare in terra di Russia, ed io con molto piacere mi appresto a farlo». A raccontarci l’appassionante storia è Laura Tamburini, ma tanti sono i virgolettati, e Tiziano parla in prima persona raccontando con una lucidità e una precisione invidiabili, l’epopea della campagna di Russia, dalla partenza alla ritirata nel gelo della steppa. E leggendo tutto d’un fiato tornano alla mente le centomila gavette di ghiaccio di bedeschiana memoria e il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, solo per citarne due. Il “nostro” sergente nella neve è Tiziano, e non abbiamo voluto tagliare niente di questo racconto, proponendolo in versione integrale. Lo proporremo in due puntate, e oggi pubblichiamo la prima.

La partenza per la Russia

Erano molti tra soldati di truppa, graduati e ufficiali, quando da Verona partirono per andare a completare l’organico del C.S.I.R. (Corpo Spedizione Italiano Russia) comandato dal generale Messe (il comandante del CSIR, il Generale di Corpo d’Armata Francesco Zingales, venne colto da malore durante il trasferimento e ricoverato a Vienna il 13 luglio 1941 e sostituito nell’incarico con il Gen. di CA Giovanni Messe il 17 dello stesso mese,  in comando fino al 10 luglio 1942 ndr) e composto da tre divisioni: la divisione Torino, la Pasubio e la Celere. Iniziarono il viaggio su una tradotta di dodici carri adibiti al trasporto animali, ma per l’occasione opportunamente modificati e attrezzati per trasportare militari. Dopo dieci giorni e  dieci notti, finalmente arrivarono a destinazione. Alla stazione di arrivo trovarono pronti gli automezzi sui quali li fecero salire e li portarono a Baskovski, caratteristico e grazioso paese russo situato nel bacino del Donetz, dove aveva sede il comando dell’82esimo reggimento fanteria della divisione Torino. Mio nonno fu assegnato all’undicesima compagnia, ed insieme ad altri soldati furono subito accompagnati al caposaldo “X”, il più avanzato del fronte italiano.

Sul fronte russo

Tiziano Tamburini sul fronte russo, 1943
Tiziano Tamburini sul fronte russo, 1943

Era l’aprile del 1942, ed il fronte in quel periodo si limitava soltanto ad attività di disturbo senza programmi di avanzamento, poiché era prestabilito di stare fermi in attesa dell’arrivo dell’ottava armata comandata dal generale Italo Gariboldi ( in comando dal 10 luglio 1942 – aprile 1943, ndr) . Comunque, seppure fermi, i contatti con i soldati russi non mancavano, ed ovviamente erano tutti pericolosi, perché contatti armati. C’erano poi altri rischi molto frequenti e pericolosissimi, quelli degli aerei russi che sfrecciando a bassissima quota scaricavano su di loro le mitraglie di bordo, causando molte volte morti e feriti. L’altro pericolo a cui i soldati andavano incontro, era quello dell’attività di pattuglia, che ogni notte dovevano fare nella cosiddetta “terra di nessuno”. Gli scontri a fuoco non erano rari, e fu proprio in uno di questi che mio nonno Tiziano fu colpito da una pallottola nemica alla coscia della gamba destra. Il dolore fu forte e continuo, e dalla ferita il sangue sgorgava piuttosto copiosamente. La ferita fu tamponata alla meglio, e mio nonno fu portato subito all’infermeria del reggimento per le prime necessarie medicazioni. Il giorno dopo venne trasferito al 239esimo ospedale da campo di Yasinovataya, diretto dal dottor Carlo Lippera di Fano. Qui rimase ricoverato fino alla completa guarigione. Fortunatamente la pallottola non aveva leso né il femore né altre parti importanti. Rientrato al caposaldo, il comandante tenente Guelfi, (fiorentino doc, come dice mio nonno) li teneva sempre al corrente di ciò che succedeva al fronte, ed in particolare in quello del loro settore. Mio nonno, graduato sergente, disponeva di una squadra fucilieri per le eventuali azioni di perlustrazione. Giunta l’ottava armata (Armir, ndr), il fronte riprese ad avanzare e vincendo la debole resistenza russa, arrivarono fino al fiume Don, obiettivo che dovevano raggiungere e nuovo fronte sul quale passare l’inverno ormai prossimo. L’armata italiana avrebbe ripreso le operazioni per un eventuale avanzamento solo all’inizio della primavera, ma purtroppo il comando russo era di ben altro avviso, e consapevoli di essere meglio equipaggiati e più abituati al freddo rispetto ai soldati italiani, avevano già disposto le loro divisioni corazzate lungo la riva sinistra del fiume, in attesa di attaccare. Infatti, verso la metà di dicembre, i russi attraversarono il Don completamente ghiacciato, con tutti i loro mezzi corazzati, scatenando una tremenda offensiva su quasi tutto il fronte italiano, investendo con la loro notevole potenza entrambe le divisioni Cosseria e Ravenna, le quali, non resistendo allo scontro, furono quasi completamente annientate. I russi, aperto questo grosso varco, iniziarono la manovra di accerchiamento, al fine di chiudere nella sacca altre divisioni, compresa la Torino. La potenza di fuoco russa era assai notevole. Tra le artiglierie, c’erano le famigerate Katiuscia, che paravano diverse serie di colpi alla volta, ed i cannoni dei carri armati, che anch’essi sparavano in continuazione. Non mancavano le pallottole dei fucili, che fischiavano da ogni parte, mentre nel buoi della notte, i bagliori degli spari illuminavano a tratti il campo di battaglia, trasformatosi in una specie di apocalisse. (1-continua)

Paolo Santini