Un empolese nel gelo della steppa russa. Tiziano Tamburini, il sergente nella neve. Seconda e ultima parte

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Tiziano Tamburini sul fronte russo, 1943
Tiziano Tamburini sul fronte russo, 1943

Dal fiume Don alla ritirata. L’inverno più difficile.

“All’arrivo sul fiume Don il tenente Guelfi – è sempre Tiziano Tamburini a raccontare – aveva scelto come posizione difensiva una collinetta ritenuta strategica e sulla quale, i soldati a disposizione del tenente Guelfi costruirono delle fortificazioni per meglio difendersi da un eventuale attacco nemico. Attacco nemico che purtroppo arrivò investendo la posizione strategica con una massiccia offensiva. Incitati dal nostro tenente, facemmo per giorni un’accanita resistenza, ma purtroppo le perdite iniziarono a farsi sentire anche nel nostro settore, indebolendo sempre di più la nostra eroica resistenza. Vidi il soldato Quaglierotti cadere a terra colpito a morte. Il mitragliere Figurella, intento a sparare contro il nemico, fu colpito in piena fronte da una pallottola, e cadde sulla sua mitraglia abbracciandola. Fu subito sostituto da un altro mitragliere e continuammo ancora la resistenza voluta dal nostro comandante. Poi, sotto la pressione sempre maggiore delle forze russe e le conseguenti perdite che continuavamo a subire, il tenente Guelfi ordinò la ritirata pensando di farla su posizioni arretrate. Ciò non avvenne, perché ritenuta troppo rischiosa, in quanto la manovra di accerchiamento russa stava per essere completata. Fummo fortunati, perché anche con l’ausilio di altre forze, riuscimmo ad aprirci un varco e a venir fuori dalla sacca di Nikolajewka, zona divenuta famosa per le enormi perdite subite. Venuti fuori iniziammo la lunga ritirata, accompagnati da una polare temperatura di 30-35° gradi sotto zero , per raggiungere, come prestabilito, la città di Dnepropetrovsk.

Fuori dalla sacca. La ritirata

Il primo giorno camminammo anche la notte per allontanarci più possibile dal fronte; tuttavia, stanchi, indeboliti e barcollanti a causa della necessità di riposo e di dormire, decidemmo di passare le notti successive nelle case russe, chiedendo ospitalità alle famiglie, cosa che quasi mai ci negavano. Eravamo in sei, sempre i soliti diventati poi amici che ogni giorno percorrevamo circa 40-45 chilometri, per poi cercare altre famiglie che ci ospitassero per la notte successiva. In queste case abbastanza riscaldate, dormivamo per terra con lo zaino sotto la testa per cuscino. I rifornimenti dei viveri si facevano nei nostri punti base, ma in mancanza di questi approfittavamo anche di quelli tedeschi, che non si rifiutavano di fornirceli. Durante il cammino, nonostante i possibili accorgimenti, non potevamo evitare che il passamontagna di spessa lana, causa il nostro respiro, si indurisse creandoci sulla faccia una lastra di ghiaccio, mentre sulle palpebre si formavano tanti ghiaccioli che dovevamo continuamente toglierci perché ci ostacolavano la vista. Una mattina, mentre camminavamo isolati rispetto agli altri, venimmo fermati da tre soldati che credemmo tedeschi ma che invece erano tre partigiani russi travestiti, in quanto sopra i loro abiti civili indossavano un cappotto tedesco. Venimmo portati in una stanza di un fabbricato diroccato. I tre finti soldati tedeschi, armati di Parabellum, discutevano continuamente fra di loro, pronunciando spesse vote la parola “caput”, che conoscendone il significato, ci faceva rabbrividire. Trascorsa circa un’ora all’interno della stanza dove eravamo rinchiusi, quello che sembrava essere il capo dei tre partigiani russi, uscì dalla stanza. Noi ci guardammo in faccia, atterriti, pensando al nostro probabile triste destino. Il caporale Zanolla di Bari, che tra noi era colui che meglio aveva assimilato la lingua russa, tra le lacrime implorava i due partigiani a lasciarci andare, senza tuttavia ricevere attenzione. Passata un’altra buona mezz’ora il presunto capo ritornò, e dopo poche parole scambiate con gli altri due disse: “Italiaschi nemà caput. Aprirono la porta e ci lasciarono andare. Immaginate la nostra gioia per lo scampato pericolo! Da quel momento ci mettemmo in marcia di buon passo, e i 130 chilometri che ci separavano da Dnepropetrovsk furono percorsi in una sola tappa. Per la riorganizzazione di noi sbandati, rimanemmo in questa grossa città diversi giorni, dopodiché lasciammo l’Ucraina per raggiungere Gomel, grande centro della Bielorussia. Per il trasferimento, comandati da un tenente, usufruimmo di un automezzo adibito al trasporto di soldati. Quando cominciava l’imbrunire, come al solito facevamo tappa ed ogni soldato si arrangiava a trovare una casa russa che offrisse ospitalità per la notte. Io e il sergente di artiglieria Rueca che avevamo dormito nella stessa casa, la mattina ritardammo all’appuntamento e il tenente con gli altri soldati e l’automezzo erano già partiti, lasciandoci a piedi e senza viveri. Considerata la critica situazione in cui ci trovavamo, decidemmo di andare al comando tappa tedesco più vicino per chiedere viveri. Tra gli altri ci trovammo un maresciallo che capiva abbastanza bene l’italiano e, compresa la nostra situazione, ci offrì una densa bevanda calda, una specie di cioccolata in tazza. Poi ci rifornì di viveri per alcuni giorni, sigarette comprese, e ci fece salire su una camionetta che ci portò alla stazione ferroviaria più vicina per poi raggiungere in treno la città di Gomel. Purtroppo i treni non arrivavano mai, e così decidemmo di incamminarci a piedi e cercando, ovviamente, anche mezzi di fortuna. Fu una mezza “tragedia”, comunque finalmente dopo parecchi giorni giungemmo a Gomel, subendoci un forte sermone da parte dei superiori, per il nostro notevole ritardo. Anche qui facemmo una lunga sosta per una nuova sistemazione dei reparti. Tuttavia, i noiosi quanto disagiati trasferimenti non erano ancora finiti. Ci fecero salire su un’ulteriore tradotta in pessime condizioni e ammassati come sardine, tanto da farmi ricordare con una certa esattezza quella simile scena vista nel film “Il dottor Zivago”, ci portarono in una piccola città della quale non ricordo il nome, ma certamente molto a nord e vicini alla città di Minsk”.

Il ritorno a casa

Tiziano Tamburini con la croce di ghiaccio, onorificenza commemorativa del Corpo di Spedizione Italiano in Russia
Tiziano Tamburini con la croce di ghiaccio, onorificenza commemorativa del Corpo di Spedizione Italiano in Russia

I giorni trascorrevano lenti e noi non sapevamo quale destino ci attendesse. Nessuna informazione giungeva dai nostri comandanti, ed il timore di non essere rimpatriati prendeva sempre più consistenza. Ed invece, a dissolvere definitivamente i nostri dubbi, arrivò finalmente la notizia ufficiale del nostri rimpatrio. Indescrivibile la nostra gioia ed il nostro entusiasmo. Eravamo al maggio del 1943, e questa volta, saliti sull’ennesima tradotta più comoda e tanto desiderata, iniziammo a ritroso il lungo viaggio di ritorno, che attraverso confini e terre straniere, ci portò finalmente sulla tanto amata Italica terra.

Paolo Santini