Dopo la campagna di Russia, lo attendeva un dolore immenso nella sua Empoli

Tiziano Tamburini con la croce di ghiaccio, onorificenza commemorativa del Corpo di Spedizione Italiano in Russia
Tiziano Tamburini con la croce di ghiaccio, onorificenza commemorativa del Corpo di Spedizione Italiano in Russia

Aveva fatto appena in tempo a sopravvivere e a tornare a casa dalla lunga e sanguinosa campagna di Russia nelle file del Regio esercito italiano, nella divisione Torino, Tiziano Tamburini, oggi novantottenne splendidamente lucido e in gamba, e come se non fosse bastato ebbe a subire anche il primo bombardamento di Empoli, dove perse la vita suo padre. Dopo essere sopravvissuto alle pallottole russe e ai proiettili delle Katiuscia, al gelo infernale della steppa, stavolta bisognava guardarsi dai temibili bombardieri americani a sganciare il loro carico di morte. Ci fu poco da fare.

B 26 in decollo da Decimomannu
B 26 in decollo da Decimomannu

«Accogliendo l’appello rivoltomi – esordisce Tiziano – relativo alle testimonianze del primo bombardamento americano su Empoli, avvenuto il giorno 26 dicembre 1943 di domenica alle ore 13,15 senza il consueto allarme, eccomi qui a farlo in qualità di testimone oculare, ma prima di arrivare a descrivere il momento cruciale dello sganciamento delle bombe, voglio fare una premessa. A quei tempi, la domenica, ragazzi e ragazze usavano andare alla messa di mezzogiorno che si celebrava nell’Insigne Collegiata e non solo per pregare ma anche per osservare le ragazzine presenti e fare una eventuale scelta per un corteggiamento amoroso. Infatti ciò avvenne e io Tiziano Tamburini ed il mio inseparabile amico Spartaco Bucalossi, a scelta fatta andammo ad accompagnare oltre il ponte sull’Arno, due ragazzine che abitavano a Spicchio. Ho voluto menzionare questo particolare perché fu quello che creò il ritardo a tornare a casa per il pranzo e sicuramente a salvarmi la vita. L’arrivo degli aerei americani ci sorprese esattamente dove ora ha sede il Partito Democratico. Li vidi in lontananza venire verso Empoli ma non pensavo dovessero scaricare le bombe su questa città. Purtroppo non fu così. Dopo pochi secondi, vidi con molta chiarezza perché illuminate dal sole, le bombe che venivano giù in posizione verticale a breve distanza l’una dall’altra che sembravano collegate. Io e Spartaco capimmo subito che sarebbero cadute nella zona Cascine dove noi abitavamo.

La stazione di Empoli il 26 dicembre 1943
La stazione di Empoli il 26 dicembre 1943

L’obiettivo, ovviamente, era quello di colpire la stazione ferroviaria, ma lo fu solo marginalmente impedendone comunque l’arrivo dei treni. Fu colpa del vento che soffiava forte in senso contrario come molti sostenevano allora o colpa del pilota che sganciò in anticipo le bombe? Difficile rispondere con estrema sicurezza a queste domande, ma penso si sia trattato di errore umano. Attraversammo in tutta fretta l’indenne sottopassaggio ferroviario per andare verso le nostre abitazioni. Terribile momento perché di fronte ai nostri occhi si presentò uno spettacolo raccapricciante. Via Domenico Bartoloni dove abitavo era letteralmente rasa al suolo. Tutta la via non esisteva più. Spartaco fu abbastanza fortunato perché ebbe notevoli danni alla casa ma nessuna vittima, mentre mio padre, purtroppo morì schiacciato dal crollo della casa e solo il giorno dopo lo trovammo nel rimuovere le macerie. Mia madre invece, che aveva il terrore degli aerei, appena  ne sentì il rumore, come sempre faceva, scappò di casa per andare a nascondersi in qualche fossa dei campi lì vicini. Questa è la mia testimonianza. Avrei anche altri episodi da raccontare, ma il rievocare il triste particolare della tragica morte di mio padre, mi ha addolorato e notevolmente commosso per cui sento la necessità di chiudere qui e porre fine alle numerose lacrime che scendendo lentamente dai miei occhi arrossati solcano le rugose guance di un  novantottenne».

Paolo Santini