E Vincenzo Salvagnoli si convinse ad appoggiare i Savoia

Francesco Domenico Guerrazzi
Francesco Domenico Guerrazzi

Il 27 ottobre del 1848, nel momento in cui si formava in Toscana il governo Montanelli Guerrazzi, in seguito alle rinunce di Bettino Ricasoli di fronte alle profferte del Granduca di formare un governo con Salvagnoli e D’Azeglio, motivate dalla volontà del barone di Brolio di non cedere alla “violenza degli avvenimenti”, Vincenzo Salvagnoli si dimise dal parlamento toscano (nel quale era stato eletto nel collegio di Empoli) e si ritirò dapprima nella sua amata dimora di Corniola e successivamente a Torino e Nizza. In pratica si assentò, lui moderato fra i liberali toscani, per un certo periodo dalla scena politica, in attesa degli eventi. «Uno che si abbandona a tutti i venti, che corre tutti i mari, per cercare fortune e ministeri», diceva Guerrazzi di Salvagnoli sul Corriere Livornese nel settembre del 1848. Impietoso, poco veritiero questo commento dettato dall’astio politico. Erano momenti difficili, non c’è dubbio; con la Toscana in subbuglio, con le rivolte livornesi e moti di piazza repressi nel sangue, il Granduca Leopoldo II aveva consegnato nelle mani dei “democratici” – anche populisti diremmo oggi – il governo, con Montanelli presidente e ministro degli esteri, Guerrazzi agli interni e Mazzoni alla giustizia, ma la nuova compagine non aveva la maggioranza in consiglio ed era legittimata soltanto dalle bande di facinorosi livornesi che scorrazzavano in lungo e in largo per le piazze del Granducato. L’unica via erano le elezioni, che furono indette, dopo lo scioglimento della camera, per il 20 novembre; nonostante ciò anche la nuova camera risultava ostile ai metodi del Guerrazzi e alla sua stessa persona, mentre a Livorno invece era ritenuto troppo moderato.

Bettino Ricasoli, il barone di Brolio
Bettino Ricasoli, il barone di Brolio

Arrivò poi il 1849, con la proclamazione della Repubblica romana e la fuga del papa a Gaeta
; anche in Toscana giunsero ben presto gli echi della vicenda, e anche Montanelli cominciò a parlare di repubblica, frenato da Guerrazzi, intimorito dalle possibili reazioni internazionali. Non se ne fece di nulla, Leopoldo II cuor di leone se ne fuggì a Siena e poi a Gaeta e cominciò a preparare il ritorno sotto scorta. E mentre a Firenze le bande livornesi sostenitrici di Guerrazzi si scontravano con le bande di contadini e popolani della città gigliata sostenitrici dei moderati, il 12 aprile Cambray Digni riprendeva il potere in nome del Granduca, che tornerà, sfoggiando per le strade di Firenze l’uniforme austriaca, con gli austriaci armati fino ai denti per restaurare lo status quo, anzi, per togliere anche quel poco che era stato concesso di fronte ai moti dell’anno prima. Fu quello uno dei momenti di svolta nel pensiero politico del Salvagnoli, ormai sempre più convinto della necessità di sostenere la dinastia sabauda nel percorso dell’unificazione.

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA