Dagli statuti del 1346 a oggi il mistero delle capre

Il castello e il borgo di Pontorme
Il castello e il borgo di Pontorme

«Nessun abitante nel comune di Pontorme possa tenere capre o caproni (becchi). Chi contravvenga sia punito per ciascuna volta con una multa di 10 soldi; è però concesso di tenere una sola capra per allattare i bambini o in caso di malattia di qualche persona e questo senza alcun pregiudizio». Nella sua pervicace solennità la rubrica 67 dello statuto di Pontorme del 1346 appena trascritto e dato alle stampe suscita non poca curiosità. Già il titolo che in originale suona “De pena retinentium capras vel yrcos in commune Ponturmi” e tradotto invece “Pena per chi tiene capre o caproni nel comune di Pontorme”, ci introduce in un tema alquanto delicato. Ma facciamo un passo indietro. Una delle attività principali rimaste nel corso del tempo prerogativa delle singole comunità locali è stata quella della repressione dei danni dati, i danneggiamenti alle colture in primis. Negli statuti comunali quindi sono molte e minuziose le disposizioni riguardanti i danni dati, danni provocati negli orti e nei campi, in genere dai polli (dei quali si occupa la rubrica 68 dello statuto pontormese), dalle oche (delle quali si occupa la rubrica 66)– animali che fra le altre cosenon potevano essere tenuti a Pontorme in numero superiore a venti – o da bestie più grosse come i maiali o le pecore. Un discorso a parte va fatto, come abbiamo visto, per i caprini; nessun abitante nel comune di Pontorme poteva tenere capre o becchi; la fattispecie era punita con la somma di dieci soldi di fiorini piccoli. Unica eccezione: era lecito tenere una capra per allattare i bambini e per garantire il latte, considerato particolarmente nutriente, alle persone inferme. Il custode dei danni dati era competente a denunciare i contravventori. Viene spontaneo, in conclusione, domandarsi allora se fra il volo del becco a Pontorme e la disposizione statutaria così particolareggiata non ci sia qualche relazione. Indagheremo.

Paolo Santini