La Grande Guerra, un mito che unisce

Empoli, il Parco della Rimembranza, oggi viale Buozzi
Empoli, il Parco della Rimembranza, oggi viale Buozzi

In tempi come questi, nei quali il mito dell’Unità nazionale torna prepotentemente alla ribalta in virtù del centocinquantesimo anniversario, proporre una riflessione sul tema dei luoghi della Memoria legati alla Grande Guerra è senz’altro proporre di riflettere su quali siano stati i momenti topici, in questo secolo e mezzo, nella lunga e travagliata vicenda dell’unificazione nazionale. Probabilmente la prima guerra mondiale è stata davvero il primo momento autentico di un prolungato tentativo, che dura ancora oggi fra rigurgiti secessionisti e vere o presunte rivendicazioni identitarie di realtà geopolitiche frammentate e frammentanti, di porre sotto la stessa bandiera popoli storicamente diversi, in certi casi poco affini ed in molti altri casi proprio contrapposti per modo di pensare, costumi, storia, lingua e molto altro. Nella prima guerra mondiale si combatte inastando il tricolore italiano, e combattono fianco a fianco, per l’Italia come Patria e come Nazione, siciliani, lombardi, toscani, romani e napoletani, nessuno escluso. La grande guerra, – come affermato da Giorgio Rochat -, è un mito che unisce, un elemento forte e indiscusso dell’identità nazionale. L’occasione ci è propizia per ripercorrere brevemente alcuni tratti salienti della vicenda post bellica. La fine delle ostilità e della censura sulla stampa nell’estate del 1919 aveva portato ad un’esplosione di critiche radicali contro la guerra e il modo con il quale era stata condotta. Il 13 settembre del 1919 il presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti chiudeva le polemiche con un discorso storico: «Tutti hanno riconosciuto che la grande massa degli italiani, che la nostra gente, in questa terribile impresa, è stata pari al suo compito e che il nostro esercito ha compiuto grandiosamente le sue gesta. Ora, questo a noi basta. Che errori di uomini vi siano stati, che colpe vi siano state, oserei dire che è indifferente alla nazione. Accerteremo le responsabilità; ma constatiamo che l’impresa è riuscita. La verità è che abbiamo vinto, e che la vittoria ha sanato tutto. Varie sono le formule della morale, ma la morale del mondo in fondo è una sola: chi vince ha ragione»[1]. Parole eloquenti, che chiusero un periodo travagliato, definendo in maniera netta la “Vittoria” nel conflitto e consegnando alla Nazione l’eredità di Vittorio Veneto. Poco dopo, quella diventerà “l’Italia di Vittorio Veneto” di mussoliniana memoria che solo chi si fosse posto “al di là” della destra e della sinistra avrebbe potuto consegnare al sovrano[2]. E costui non avrebbe potuto che essere, per usare le parole di Mario Isnenghi, l’uomo della “sinistra redenta”, il fondatore del Fascio. E così sarà. È vero d’altra parte che davanti alla memoria della Grande Guerra ed al suo mito almeno fino alla seconda guerra mondiale risulta necessario distinguere più livelli. Il primo, quello che affronteremo di seguito in relazione ai simboli dell’epopea fascista e che ci interessa più da vicino, è la memoria ufficiale e trionfale, trionfante in molte occasioni, che il fascismo non inventa, ma sfrutta in maniera evidente ed abile per scopi propagandistici. Cimiteri monumentali, Viali e Parchi della Rimembranza, Monumenti ai caduti in tutti i comuni e fin nelle frazioni; monumenti grandiosi in tutte le città, piazze della vittoria, con una celebrazione della guerra che entra di prepotenza, e spesso vi rimane fino ai giorni nostri, nella toponomastica stradale. Monumenti e ossari di grandi dimensioni nei luoghi dei combattimenti, associazioni di reduci e mutilati, di vedove e orfani, grandi parate militari e manifestazioni di massa. Una memoria collettiva con la sua sacralità, i suoi luoghi di pellegrinaggio ed i suoi riti. È, come Rochat ha affermato con una felice espressione, la “nazionalizzazione delle masse”. Piuttosto, aggiungeremmo, un elemento importante della ricerca di un’identità nazionale. «Nella storia dell’Italia unitaria – ha affermato Mario Isnenghi – si può dire che, lungo il corso del Novecento, la Grande Guerra abbia surrogato il Risorgimento come luogo di incontro e di continua rielaborazione, per i colti e gli incolti, delle ragioni e dei modi dello stare, o non stare, insieme in una ‘comunità immaginata’ chiamata Italia»[3]. Tornano alla mente a questo proposito gli annuali e cadenzati messaggi alle forze armate dei vari presidenti della Repubblica e delle altre cariche dello Stato, e torna alla mente, in particolare, la inconsueta ma non casuale retorica patriottica, soprattutto se propugnata da un grande storico[4] come Giovanni Spadolini, in un messaggio alle forze armate in occasione dell’anniversario del 4 novembre del 1983[5], interessante per l’idea di continuità che fa emergere fra la vicenda risorgimentale e la Grande Guerra, tema ripreso più volte e in modi diversi e soprattutto per diversi scopi, sia in positivo che in negativo, a partire dal periodo fascista in poi: «Sessantacinque anni fa – affermava Spadolini – Vittorio Veneto coronava il sogno tenace di generazioni di combattenti e martiri. La redenzione di terre italianissime, Trento e Trieste, segnava l’epilogo vittorioso dell’epopea risorgimentale. Un esercito di popolo animato dagli ideali di Patria e di umanità, di libertà e di democrazia, di giustizia e di fede nell’avvenire dell’Italia, non esitò a consumare la propria giovinezza in uno slancio generoso ed eroico. Le forze armate incarnarono con l’esempio la volontà degli italiani di lottare senza risparmio per l’unità della nazione nella libertà, per un destino di pace, di sicurezza, di indipendenza. L’Italia rinnova oggi, giornata dell’Unità nazionale  e delle forze armate, il suo grazie commosso ai caduti sui campi di battaglia della prima guerra mondiale insieme ai Caduti di tutte le guerre e ai martiri della lotta di liberazione: in un ideale abbraccio che unisce primo e secondo Risorgimento, che congiunge la conquista dell’unità col suo riscatto». (1-CONTINUA)

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Cfr. G. Rochat, Commemorare la Grande Guerra, in Quaderni Forum, a cura di Nicola Labanca, Anno XIV, n. 3-4.

[2] Cfr. M. Isnenghi, Il Paradigma identitario, in Quaderni Forum, a cura di Nicola Labanca, Anno XIV, n. 3-4.

[3] Cfr. M. Isnenghi, Il Paradigma identitario, in Quaderni Forum, a cura di Nicola Labanca, Anno XIV, n. 3-4, p. 62.

[4] Giovanni Spadolini, giova ricordarlo, in quel momento riveste il ruolo di ministro della difesa.

[5] In quel periodo le truppe italiane erano impegnate nella missione di pace in Libano.