Il viale della Rimembranza a Empoli
Il viale della Rimembranza a Empoli

Dopo la prima puntata, ecco un po’ di storia delle origini dei parchi della Rimembranza in Italia.

I Viali e i Parchi della Rimembranza nacquero in Italia su impulso del Sottosegretario fascista alla Pubblica Istruzione, l’aretino Dario Lupi[1], che nel 1922-23 emanò una serie di dettagliatissime disposizioni su come le strutture dovessero essere realizzate. È interessante puntualizzare sul personaggio, autore fra le altre opere della prefazione al “Manuale del fascista” di Baciocchi De Peon; interventista, com27battente nella Grande Guerra, organizzatore delle prime camicie nere Valdarnesi, nel 1921 fu eletto deputato per la circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto e dopo la marcia su Roma fece parte del primo governo di Mussolini come sottosegretario alla Pubblica Istruzione. Proprio dal dicembre 1922 Lupi balza agli onori della cronaca in tutta Italia per l’ideazione dei Parchi della Rimembranza, simbolo della rinascita dei caduti nella Grande Guerra e prezioso scrigno della loro memoria. L’idea era nata – secondo quanto afferma in un suo scritto della fine del 1923 – dopo aver conosciuto una strada della rimembranza a Monreale, fiancheggiata da giovani alberi, dotati ognuno di una targa con il nome di un defunto e oggetto di cure gelose. Con la prima circolare infatti si invitavano le scolaresche d’Italia a farsi promotrici di un’idea nobilissima, quella di creare in ogni paese e in ogni città un viale o un Parco della Rimembranza, dove ogni albero potesse recare una targa con il nome e la data di combattimento e morte di un soldato. L’iniziativa viene  da subito adottata da numerosi comuni tanto che nell’ottobre 1923 risultano costituiti 1084 parchi della rimembranza in tutta Italia. Il momento è propizio; agli albori della fascistizzazione del Paese la necessità è quella di azzerare le memorie antagoniste per costruirne una sola, granitica, inscalfibile e duratura. Naturalmente nel segno di un fattore che aveva accomunato tutti gli italiani, la Grande Guerra con i suoi caduti per l’idea di Patria. Peraltro, era stata la prima volta. L’albero, antico simbolo di libertà, forza, continuità della vita, legame tra vivi e defunti, aveva più volte nel corso della storia rivestito un ruolo significativo, ad esempio durante la Rivoluzione Francese, e il Fascismo avrebbe ancora puntato, oltre che in questa circostanza, su di esso prima nell’ambito dei riti laici in onore di Arnaldo Mussolini nel 1931 e poi, qualche anno più tardi, con la creazione dei Boschi dell’Impero per celebrare la Vittoria in Etiopia. Il modello di riferimento per i parchi della rimembranza furono però gli Heldenhaine tedeschi, ideati dall’architetto paesaggista Willy Lange, il quale propose che fosse piantato un albero di quercia, simbolo tedesco del radicamento e della forza, per ogni soldato caduto, oltre a un tiglio che simboleggiasse la pace e la presenza dell’Imperatore. Al posto della tomba vi era dunque la presenza di alberi disposti in ordine rigoroso, essendo proprio l’ordine ritenuto un elemento essenziale al fine di rendere più razionale, e quindi allontanare, la morte. Generalmente al centro di questi parchi era realizzato uno spazio nel quale collocare un masso grezzo, testimone degli antichi culti germanici. La pietra altare, simbolo del ricordo e del sacrificio. Il fatto che il più acceso sostenitore dell’iniziativa fosse stato un Sottosegretario all’Istruzione non fu un caso; ricordiamo che il legame istituzioni-alberi-scuole esisteva già almeno dal 1899, quando su iniziativa di Guido Baccelli era stata istituita la Festa dell’Albero, con cui si sensibilizzavano e coinvolgevano le scolaresche in un’attività di tutela e salvaguardia del bosco e dell’ambiente naturale: la novità adesso era costituita dal fatto che si associavano gli alberi ai caduti, dal cui sacrificio gli alunni avrebbero dovuto costantemente trarre insegnamento per la costruzione di una Patria più forte. Il compito di vigilare sulle piante messe a dimora per mantenere vivo il culto dei caduti sarebbe stato assegnato agli studenti migliori e le scuole avrebbero assicurato un costante servizio di guardia d’onore. In seguito le numerose circolari ministeriali e l’attivismo di Lupi spinsero ogni scuola italiana ad inaugurare il proprio Parco, “spazio sacro” destinato alle numerose liturgie fasciste del ventennio. Era devozione e rispetto per i morti, ma era anche controllo della memoria legata alla Grande Guerra. Le disposizioni impartite da Lupi erano estremamente precise; l’intento evidentemente era quello di realizzare una rete capillare di Viali e Parchi che ripetessero fedelmente il modello proposto all’origine. Ad esempio, le Circolari ai Provveditori agli Studi del 27 e 28 Dicembre 1922, prevedevano il numero minimo di alberi ( e quindi di caduti da onorare ) da piantare, indicandolo in venti. Stabilivano con grande precisione quali tipologie di piante mettere a dimora, che sarebbero stati cipressi, tigli, abeti, platani, querce, ippocastani, a seconda delle zone e aree climatiche del Paese. Poi, si stabilì che i sostegni delle singole piantine e le gabbie di protezione fossero decorati con i colori della bandiera nazionale; infine, vicino ad ognuno dei sostegni, doveva essere collocata una targhetta in ferro smaltato con il nome e il cognome del caduto e la data e la località della morte.

Ecco dunque che con il sorgere dei parchi il Fascismo esige e promuove la costruzione di una “nuova” memoria nazionale nel segno del mito dei caduti, cancellando le Memorie antagoniste  e superando la conflittualità fra “Memorie” diverse. L’albero, da epoca immemorabile simbolo di libertà, forza, vitalità, costituiva nei parchi della Rimembranza il legame tra i vivi ed i morti, e diveniva il simbolo del sacrificio della prima guerra mondiale. Il regime si preoccupò dunque di ergersi a difensore unico degli ex combattenti e dei caduti nella Grande Guerra. Lo spirito interventista, la comunità intera che si era ritrovata senza distinzione di classe sociale nelle trincee sul Carso, il combattentismo, erano stati i pilastri dell’avvento del Fascismo. Di conseguenza, le ricorrenze della guerra, il 24 maggio ed il 4 novembre, venivano inserite nel calendario della Rivoluzione Fascista, celebrate al pari dell’anniversario della marcia su Roma (28 ottobre), o del Natale di Roma (21 aprile). Ed anche i “martiri del fascismo”, come stabilito da una circolare del febbraio del 1923, avrebbero avuto i loro onori nell’essere ricordati nei parchi e nei viali della Rimembranza, sepolti accanto ai caduti della Grande Guerra. La saldatura era avvenuta, il segno della continuità sarebbe rimasto a futura memoria impresso nella coscienza collettiva. (2-continua)

 

Paolo Santini©RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Dario Lupi era nato a San Giovanni Valdarno (Arezzo) il 28 marzo 1876 e morì a Roma il 14 dic. 1932.