La giustizia nel secolo XVI. Lo splendore dei supplizi

Cesare Beccaria, Dei Delitti e delle Pene
Cesare Beccaria, Dei Delitti e delle Pene

In un giorno cupo alla fine del mese di ottobre del 1587, sul canto di via Chiara e di via della Fogna (l’attuale via Marchetti) – da ricordare che non esisteva all’epoca la piazzetta Madonna della Quiete – erano state erette, su di un palco in legno accuratamente montato, due forche. Una sarebbe servita come strumentazione di riserva, posta in loco commissi delicti come esempio e come simbolo di ineluttabilità della pena, l’altra avrebbe di lì a poco visto penzolare il corpo di un condannato a morte, Ceseri di Martino Cittelli da Norcia, condannato all’impiccagione dagli Otto di Balia di Firenze per aver commesso un omicidio proprio in via Chiara qualche tempo prima. Il condannato,rinchiuso nelle carceri del palazzo podestarile empolese fino al giorno dell’esecuzione, era giunto da Firenze insieme ai birri che lo scortavano, al boia ed a colui il quale avrebbe dovuto leggere pubblicamente la sentenza di condanna. Ma a Empoli tutti già sapevano. Tutto era pronto perl’atteso lugubre spettacolo. Di buon mattino, l’oscuro corteo, con il condannato in catene, si avvia a percorrere quelle poche decine di metri fra il palazzo ed il luogo dove era stato consumato il delitto, divenuto luogo simbolico dove rendere pubblicamente giustizia tramite la vendetta, fra due ali di folla inebriata da ciò che sta per compiersi. Munito dei conforti religiosi, al termine del grandioso ma inesorabile cerimoniale, Ceseri viene impiccato, nel clamore della folla ebbra ed urlante. Il corpo, come previsto nella sentenza, rimase appeso alla forca sulla pubblica via fino al calar del sole. Torna in mente, con qualche brivido, lo splendore dei supplizi di foucaultiana memoria.