Gli statuti medievali di Vinci e  quelli di Cerreto

Vinci, il castello dei conti Guidi
Vinci, il castello dei conti Guidi

«La vita quotidiana nel Medioevo? Negli statuti». Come negare la veridicità di questa affermazione. Con il termine statuto nell’Età di mezzo si designa un complesso organico di norme fondamentali per l’organizzazione e il funzionamento di un ente, di solito elaborato dai rappresentanti dell’ente stesso, talvolta imposto per ordine di un’autorità superiore.

Gli statuti dei comuni rurali costituiscono oggi una fonte straordinaria per la ricostruzione dello stato dei luoghi dal punto di vista urbanistico, toponomastico, delle abitudini e delle attività quotidiane. Il più antico statuto di Vinci giunto fino a noi risale al febbraio 1383 e fu dettato da tre emissari, definiti “ambaxiatores sive reformatores”, inviati sul posto dal governo di Firenze. La compilazione che ne derivò fa parte di una singolare stagione di elaborazione normativa, incentrata prevalentemente sulle modalità di accesso alle cariche pubbliche.

Queste elaborazioni, contemporanee all’istituzione dei podestà e dei vicari nei principali centri del dominio fiorentino, rientravano in un preciso progetto generale d’armonizzazione delle varie entità politiche presenti nel dominio stesso in una realtà statale più omogenea. I tre riformatori di Vinci disegnarono la conformazione degli organi di vertice del governo locale: due rettori, detti capitani di parte guelfa, un consiglio di diciotto membri e un altro di venticinque, scelti in misura proporzionale tra i quattro quartieri in cui il paese venne a questo scopo diviso; completavano la struttura del comune gli uffici minori, gabellieri, sindaci, pennonieri, un massaio e un camarlingo. Fu stabilito anche il divieto di ricoprire incarichi pubblici per i discendenti delle casate ghibelline che, nel 1316-18, avevano tramato per staccare Vinci dal dominio di Firenze. La redazione di questi statuti occupò pochi giorni, nel febbraio 1383, ma le nuove norme destarono tra gli abitanti un profondo malcontento che sfociò in veri e propri atti di ribellione. Il 7 marzo, le norme relative all’esclusione dei discendenti dei ghibellini furono abrogate.

Cerreto Guidi, il borgo
Cerreto Guidi, il borgo

Per quanto riguarda, invece, il comune di Cerreto Guidi, lo statuto più antico, che conosciamo, venne elaborato tra il giugno e l’agosto 1412 e approvato a Firenze il 10 giugno 1413. Gli statuti delle comunità soggette, elaborati dopo la metà degli anni Novanta del Trecento, hanno caratteristiche e contenuti molto diversi rispetto ai precedenti, con il governo fiorentino che si limiterà, da allora in poi, ad approvare o annullare le norme elaborate dagli statutari locali.

Lo statuto di Cerreto fa parte di quella serie di statuti frutto dell’elaborazione e dell’opera di statutari locali, in genere caratterizzati dal fatto che spesso riguardarono e regolamentarono molto da vicino tutti gli aspetti della vita associata nella comunità. Di particolare interesse risultano tutte le norme previste per la tutela della salute e del decoro del borgo e del castello. Ciascun proprietario – ad esempio – era obbligato a spazzare davanti alla propria abitazione, alla vigilia di ogni giorno di festa. Nessuno poteva tagliare olivi o altri alberi dalla scoscesa ripa del “Castello Vecchio” per impedirne i danni derivanti da frane. Nessuno poteva tenere in alcuna via o piazza del borgo e del castello, e neppure nei fossi sottostanti le mura, letame o immondizia o altre cose putride.

Interessante, visti anche gli sviluppi che ha avuto poi la viticoltura a Cerreto, risulta la serie di rubriche volte a tutelare e proteggere l’integrità dei vigneti: «Item – si legge – che niuna persona attraversassi vadia per la vigna altrui da calen d’aprile insino a tanto sarà vendemmiato, sotto pena di soldi cinque, e d’altro tempo sia condennato nella metà». Curiosa infine la rubrica che stabiliva «che niuna femina ardischa o presuma entrare o stare nel choro della Pieve o di alcuna chiesa del decto Comune, cioè da’ cancelli dove stanno gl’huominj in su, quando si celebra l’ufficio divino nella detta Pieve»; è sorprendente come un uso consolidato da secoli e generato da previsioni obbligatorie sia arrivato indenne fino ai giorni nostri: ancora pochi anni fa le donne in chiesa, nella pieve di San Leonardo almeno, avevano l’abitudine di stare separate dagli uomini.

Paolo Santini