La testimonianza di Ferdinando Ciampi sui fatti del 24 luglio 1944

Il Monumento in piazza XXIV luglio a Empoli
Il Monumento in piazza XXIV luglio a Empoli

Come si svolsero i fatti in quel luglio di settant’anni fa è ormai abbastanza evidente, e riteniamo che Claudio Biscarini abbia pressoché definitivamente chiarito con la sua accurata ricostruzione storica la dinamica dei fatti soprattutto nell’aggiornamento pubblicato sul Bullettino Storico Empolese volume XV con il titolo “Pratovecchio bei Empoli”, pur lasciando aperte alcune ipotesi ancora nell’oscurità e sollecitando chi sa a parlare. Tuttavia quella ferita ancora aperta nel cuore della città ci induce a ripercorrere, in un anniversario come questo, le vie della memoria, andando a scovare nuove testimonianze e nuovi indizi che in qualche modo potranno supportare le tesi già elaborate e metterne a tacere altre, frutto di vulgate più o meno attendibili, in maniera definitiva. Perché in questa triste vicenda non tutti quelli che sapevano hanno parlato. Ma scavando nei meandri della ricerca, ogni tanto affiora qualche elemento nuovo. È il caso della testimonianza di Ferdinando Ciampi, empolese doc classe 1921, della quale pubblichiamo oggi un estratto. Ferdinando purtroppo in quel lontano 1944 vide uccidere per rappresaglia dai tedeschi il padre Giuseppe e gli zii Pietro e Virgilio. Ripercorriamo i fatti. Il 23 luglio del 1944 nella zona di Pratovecchio (vicino a Santa Maria) furono uccisi cinque militari tedeschi appartenenti al 29esimo Panzer Grenadier Regiment; nei giorni seguenti, altri due militari scampati all’agguato del 23 sarebbero morti. “Ricordo esattamente il giorno 23 luglio del 1944. Mi trovavo nascosto con alcuni parenti in un campo di grano – esordisce Ferdinando Ciampi – e stavamo ascoltando gli echi della battaglia in lontananza. Combattevano i carri armati tedeschi contro quelli americani a non più di 10-12 chilometri di distanza in linea d’aria e più precisamente a Calenzano nei pressi di San Miniato. Eravamo, nonostante tutto contenti perché credevamo che la Liberazione fosse sempre più vicina. Stava iniziando invece la tragedia. Sentimmo, infatti, alcuni spari d’arma da fuoco e subito dopo le nostre donne che ci urlavano di scappare. Senza renderci conto iniziammo a correre allontanandoci da quella zona con la mente rivolta solamente ai nostri familiari, donne e bambini; gli uomini si erano già tutti nascosti in anticipo conoscendo e temendo le leggi di rappresaglia dei tedeschi. Soltanto dopo sapemmo che quei colpi furono esplosi da alcuni nostri vicini di casa che ancora oggi io reputo insensati perché spararono ad una camionetta tedesca uccidendo tre o quattro soldati, ma l’autista se pur ferito riuscì a ritornare al comando che si trovava alla fattoria del Terrafino. Prima di morire, il soldato raccontò l’accaduto ai suoi commilitoni”. La testimonianza getta nuova luce e nuove ombre sull’accaduto. Poi scatta la rappresaglia.“Ricordo che a casa mia – prosegue – si trovavano in quel periodo molti sfollati, fra i quali c’era anche un soldato austriaco. Ancora oggi ho il dubbio che possa essere stato lui l’artefice di quello che successe in seguito.

Il Monumento in piazza 24 luglio a Empoli
Il Monumento in piazza 24 luglio a Empoli

L’austriaco infatti, riunì le donne raccontando loro di essere stato al comando nemico garantendo ai tedeschi che la mia famiglia con tutti gli altri erano estranei all’agguato alla camionetta. Le nostre donne allora gli credettero e si misero in cerca dei loro mariti che in molti la mattina del 24 luglio 1944 rientrarono nelle proprie abitazioni. Nel pomeriggio purtroppo si videro arrivare i tedeschi da ogni parte, circondarono il nostro casolare e asserragliarono tutti gli uomini sotto un loggiato. I soldati piazzarono immediatamente davanti agli ormai prigionieri una mitragliatrice. In questo gruppo si trovavano fra gli altri mio padre Giuseppe, i miei zii Virgilio, Pietro e Dario. Ricordo che solo mio cugino Luciano fu rilasciato perché indossava i pantaloncini corti. Le donne e i bambini intanto vennero chiusi in casa e i soldati iniziarono a scavare buche per sistemare alcune mine per far saltare tutto in aria, ma improvvisamente cominciarono a piovere dal cielo alcune cannonate, allora i tedeschi sospesero tutto e trascinarono con loro una trentina di prigionieri. Qualcuno fra i più giovani riuscì a scappare tra i quali ricordo un paio di nomi: Chelini e Passerotti. Gli altri invece furono radunati in piazza XXIV luglio nel centro d’Empoli allora chiamata piazza della frutta. Furono disposti in fila di fronte al portone dove a quei tempi c’era la caserma dei Carabinieri e davanti a loro sul marciapiede opposto fu piazzata nuovamente la mitraglia. In pochi tremendi, orribili attimi furono tutti barbaramente assassinati. Gli Unni li avevano uccisi, Attila aveva dato loro la morte. Con irreale mestizia, in un silenzio raccapricciante, il giorno seguente, le donne, compresa mia madre, andarono a raccogliere quei poveri corpi straziati dalle raffiche. Il curato di quel tempo Diodato Prestini dette loro aiuto a caricare e legare i cadaveri gonfi dal caldo sui carretti per concedere ai martiri almeno il sollievo di un’onorevole sepoltura”. Ventinove empolesi giacevano a terra morti senza un perché.

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA