L'equipaggio del Saracen, su concessione di Janet Kinrade Dethick
L’equipaggio del Saracen, su concessione di Janet Kinrade Dethick

Alcuni anni fa raccontammo su queste colonne, – anche se poi la storia è stata pubblicata perfino sulla rivista ufficiale dei granatieri di Sardegna, su vari quotidiani e in un libro –  la storia del granatiere Averardo Buscioni, morto nell’affondamento della Nave Crispi durante un trasferimento di unità militari italiane verso la Corsica nel corso della seconda guerra mondiale. Ad affondare la Crispi fu un temutissimo sommergibile britannico, il Saracen, sul quale scrivemmo un pezzo di accompagnamento al pezzo principale dedicato al granatiere ed ai suoi commilitoni uccisi durante l’attacco. Poi anche il Saracen conobbe la sua fine. La guerra purtroppo propone storie che viste dopo qualche anno appaiono incredibili, ai limiti del possibile. E poi c’è la fatalità, il caso, il destino. Oggi parliamo di storie, e ne parliamo pubblicando un estratto di un grande lavoro di ricerca della dr.ssa Janet Kinrade Dethick, inglese che ha dedicato una parte importante della propria vita di studiosa alle attività di ricerca sui prigionieri di guerra in Italia e più in generale alla seconda guerra mondiale nel nostro paese. Janet Kinrade Dethick ( sito web https://janetkinradedethick.weebly.com/) ha dato alle stampe un volume, The Bridge at Allerona (da visitare il sito dedicato https://bombedpowtrain.weebly.com/) nel quale ha ricostruito la storia del bombardamento da parte degli alleati del treno presso Allerona (Orvieto) sul quale erano presenti alcuni dei marinai scampati all’affondamento del Saracen. Alcuni, ma non tutti. Il sommergibile britannico HMS Saracen, appartenente alla classe S, (sigla P247), varato il 16 febbraio del 1942, nella sua prima missione di guerra, al largo delle isole Faer Oer il 3 agosto dello stesso anno aveva affondato il sommergibile tedesco U 335. Il Saracen diverrà per questo famoso. Aveva un dislocamento di 990 tonnellate, era lungo 65,9 metri e un equipaggio di 48 uomini con 6-7 lanciasiluri e un cannone da 102/40. Il 9 novembre del 1942 aveva affondato in Sicilia al largo di Capo San Vito il sommergibile italiano Granito. Nell’aprile del 1943 incrociava nel mar Ligure, intercettando i convogli italiani. Il 19 aprile del 1943 affondò la nave passeggeri adibita a trasporto truppe Francesco Crispi al largo dell’isola d’Elba, il 22 aprile al largo di Pianosa affondò il piroscafo Tagliamento, il 6 luglio fu la volta del Tripoli, presso l’isola di Capraia. La corsa del Saracen finì il 14 agosto del 1943 proprio davanti a Bastia, in quel mare dove aveva imperversato per mesi. Le corvette italiane Minerva ed Euterpe lo avevano intercettato e danneggiato con bombe di profondità.

Il comandante Lumby a sinistra
Il comandante Lumby a sinistra

Fu così che il comandante, il Tenente di vascello Michael Geoffrey Rawson Lumby ordinò l’emersione e dopo alcune ore l’autoaffondamento, dopo aver portato in salvo 46 uomini dell’equipaggio. Qui entra in scena Janet Kinrade Dethick , che ha consultato il resoconto del capitano Michael Geoffrey Rawson Lumby e anche del tenente di vascello Mario Baroglio, capitano della Minerva, ed ha letto i ‘Liberation reports’ di 29 prigionieri (compilati a fine guerra) e gli Escape reports di quattro, compilati quando raggiunsero le linee.

“La prima cosa da notare – afferma Janet Kinrade Dethick – è che le due corvette italiane hanno colpito mortalmente il sommergibile, ma senza affondarlo. E’ stato mandato a picco dal suo capitano – autoaffondato – dopo che tutti i membri dell’equipaggio erano riusciti ad abbandonarlo. Dopo ha continuato a viaggiare per alcune miglia marine e per questo è stato ritrovato non nelle acque francesi ma nelle acque italiane.

Due marinai morirono ( Ronald George Ward e James William Dowen) dopo aver lasciato il sommergibile, probabilmente a causa degli spari di mitragliatrice provenienti dalle corvette (evidenza Baroglio). Due altri furono feriti ma non gravemente. I 46 sopravvissuti furono portati a Bastia, Corsica, e dopo due giorni furono trasferiti a Piombino. Gli ufficiali (5) furono spediti al Campo di prigionia no. 50 nella Caserma Macao a Roma, e gli altri 41 al Campo no 1 Marina a Manziana, Lago di Bracciano. Dopo l’armistizio dell’8 settembre i marinai semplici furono portati fuori dal Campo no.1 Marina dal Capitano Mario Cuneo (diario di Cuneo), e dopo tre giorni nascosti nei boschi si divisero in piccoli gruppi nel tentativo di raggiungere le linee alleate.

Thomas Herbert Barber
Thomas Herbert Barber

Nove riuscirono nell’impresa senza mai farsi ricatturare. Cinque dei ricatturati furono messi sul treno bombardato ad Allerona (dagli alleati, ndr, vedi il volume relativo). Solo uno, Thomas Herbert Barber, morì durante il bombardamento e rimase, come altri (soldati e membri dell’aeronautica) sotto il ponte distrutto senza tomba, due furono ricatturati a mandati in Germania e due scapparono dal treno bombardato con successo. Dei cinque ufficiali, Roy Charlton Elliott evase a Roma e raggiunse il Vaticano, dove, nel marzo del ’44, morì in circostanze ancora non del tutto chiare, cadendo da una finestra. Risulta sepolto nel cimitero protestante di Testaccio. Gli altri quattro furono spediti prima al Campo prigionieri di guerra no. 19 Bologna e da lì al campo di prigionia Marlag und Milag Nord, a Westertimke in Germania, dove furono raggiunti nell’arco dell’anno da 21 altri commilitoni (altri quattro furono spediti nei campi di lavoro).

Tornando al discorso dei morti, Victor James Crosby, del reparto delle comunicazioni, morì a Fontana Liri da mano tedesca, dove era in attesa di attraversare le linee, nel dicembre del ’43. È sepolto a Cassino. Un altro membro dello stesso reparto, James Gordon Hibbert, morì a causa di una mina in un posto ancora da determinare. Non si sa dove venne sepolto. Due fuochisti, molto sfortunati, furono presi dagli agenti di pubblica sicurezza nella provincia di Perugia, incarcerati nelle prigioni cittadine, ed insieme ad un gruppo di slavi, mandati a Dachau e Buchenwald prima che i loro diritti di prigionieri di guerra fossero riconosciuti e furono trasferiti allo Stalag XVIIIC a Markt Pongau in Austria.

William Holt
William Holt

Uno, William Holt, morì ad Uttendorf, dove stava lavorando, a causa di una banale influenza, ed è sepolto a Klagenfurt. A proposito del sommergibile italiano Granito, una delle vittime del Saracen, un membro dell’equipaggio, Luigi di Rienzo, proveniva da Fontana Liri, dove fu ucciso il marinaio del Saracen, Crosby.  Un suo nipote, Marco di Rienzo, insieme al tenente dell’esercito Carlo Venditti, trovarono la sepoltura temporanea del Crosby in un oliveto, da dove fu portato al cimitero di guerra di Cassino nell’immediato dopoguerra e dove la sua lapide – ha concluso Janet Kinrade Dethick – fece riferimento ad un  marinaio sconosciuto fino all’anno scorso, quando fu definitivamente riconosciuto grazie al mio lavoro insieme a Venditti”. Il nostro ringraziamento  a Janet Kinrade Dethick per aver fatto luce sulle straordinarie storie personali dei marinai inglesi  è davvero sentito.

Paolo Santini©RIPRODUZIONE RISERVATA