La storia che raccontiamo oggi è una di quelle, tante, che contribuiscono a tratteggiare il carattere di noi toscani. È una storia che sa di mistero, di fede e di devozione, ma anche di paure ancestrali, di dura fatica, di sudore e di polvere. E di sangue.

La cappellina del Pescaione
La cappellina del Pescaione

Agli inizi del Novecento due fratelli, Egidio ed Ettore Gaini, acquistarono un terreno boschivo, alle pendici del colle di Pietramarina, nel comune di Capraia e Limite. I due fratelli si divisero il terreno, e se a Ettore spettò la parte più vicina ai campi coltivati, Egidio divenne il proprietario di quella più vicina ad una Forra, detta “del Pescaione”, dove più fitto era il bosco. Si rimboccarono le maniche, il terreno venne disboscato e liberato dalle ceppaie delle piante, e divenne coltivabile. Arrivarono, in quel lembo di terra strappata al bosco, grano, viti, olivi. Entrambi i fratelli avevano famiglie numerose; Ettore, sposato con Maria Caterina, aveva undici figli, Egidio invece oltre a quattro figli maschi, Zeffiro, Ezio, Clorindo e Valente, aveva tre figlie femmine, Emilia, Maria Fiorella e Gabriella. La moglie di Egidio, Dorotea Betti, nativa di Castelmartini, era una donna di fede, devota della Madonna Immacolata; accudiva la famiglia e non si tirava indietro nei lavori dei campi, ma il rosario della sera e la messa della domenica erano d’obbligo nella sua casa. Aveva voluto apporre un’immaginetta della Madonna Immacolata sul tronco di un pino nella Forra del Pescaione, a protezione del luogo impervio e pauroso dove il marito e i figli trascorrevano le loro giornate di lavoro. Il campo era attraversato dalla strada che conduceva da Vitolini a Carmignano, una strada dove poteva passare un solo barroccio, completamente immersa nell’ombra delle piante. Il luogo buio e impervio era poco transitato e i fatti narrati da una leggenda che vedeva l’anima di un suicida vagare negli antri della Forra del Pescaione, – così come la leggenda del Bargellini, barrocciaio morto in circostanze misteriose proprio in quel posto, la cui anima si diceva percorresse inquieta l’oscurità – contribuivano a rendere il luogo spaventoso. Il pino che aveva accolto l’immagine della Madonna dopo qualche tempo morì, e l’immagine sacra venne spostata su un’altra pianta, che poco dopo, durante un temporale venne colpita da un fulmine. Fu così che la nonna Tea fece costruire un piccolo tabernacolo dove pose una statuetta in gesso della Madonna, illuminata da un lume ad olio che secondo le sue disposizioni sarebbe dovuto rimanere sempre acceso. Spesso sul fare della sera i contadini vicini la vedevano passare scalza in compagnia della sua caprina o di qualche nipotino, mentre intrecciava con i ferri camiciole per i suoi familiari, camminando verso il Pescaione, spinta dall’atavico dovere di accendere il lume alla Madonna.

La Madonna a protezione dei viandanti
La Madonna a protezione dei viandanti

L’affezione alla Madonnina del Pescaione la induceva talvolta ad esprimere ai familiari il desiderio di costruire in quel posto misterioso un piccolo oratorio a protezione del luogo tanto impervio e di tutti i passanti che vi si avventuravano. Venne la Grande Guerra, e i quattro figli di Dorotea partirono per il fronte. Il desiderio di Tea a quel punto si espresse in un voto; nel caso in cui tutti i figli fossero tornati dalla guerra, avrebbe fatto edificare la piccola cappella. Fu così che dopo la sua morte, sopraggiunta nel 1934, i tre figli rimasti – Clorindo purtroppo era morto proprio in seguito alle ferite riportate nella Grande Guerra – cominciarono a pensare alla costruzione di una cappellina; l’inizio dei lavori venne ritardato dai cantieri della nuova strada provinciale (la strada attuale, inaugurata nel 1940), ancora dal percorso incerto. I lavori della strada si protrassero per anni, e di nuovo venne la guerra, la seconda, e stavolta furono i nipoti a partire ancora per il fronte. Solo nell’estate del 1947, nel mese di agosto i nipoti Renzo e Bruno figli di Ezio, Dindo figlio di Zeffiro e Vittorio figlio di Valente ripresero per volontà dei genitori i lavori di scavo nel Pescaione. Il 6 maggio del 1948, giorno dell’Ascensione, la Cappellina veniva inaugurata alla presenza del Vescovo di Pistoia Giuseppe Debernardi con celebrazione solenne della messa seguita da un pranzo, con un centinaio di persone, svoltosi sull’aia della casa del Piaggione. Per l’occasione veniva allestito il granaio e tutte le massaie della famiglia venivano messe all’opera: fu festa grande.

Nel 1988 la Cappellina del Piaggione fu oggetto di un episodio di vandalismo. Ancora una volta i nipoti di Dorotea provvidero ai restauri, ristrutturando l’edificio, ricollocando una nuova immagine della Madonna Immacolata, dotando la cappella di un cancello a protezione dell’ingresso. Il 3 giugno del 1988 alla presenza di Monsignor Giordano Frosini, Vicario Generale, venne concelebrata dai sacerdoti Don Rinieri, Don Alderighi, Don Desideri, Don Pacini e Don Menichetti una messa di “nuova inaugurazione” della Cappellina. Don Valerio Menichetti, figlio di Maria Fiorella nonché nipote della Tea, scrisse per l’occasione una Preghiera alla Madonna delle Forre. Ancora oggi si è conservata la tradizione della celebrazione della messa presso la Cappellina nel giorno dell’Ascensione e il 15 agosto, festa dell’Assunzione di Maria. Quando percorriamo la provinciale 43 di Pietramarina, giunti nel Pescaione, soffermiamoci un attimo, e ricordiamoci l’antica storia della Cappellina. Lo merita.

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA