Ippolito Neri, il teatro a Empoli, la presa di San Miniato e il volo del ciuco

Ippolito Neri letterato empolese
Ippolito Neri letterato empolese

Dopo l’abbattimento dell’intero quartiere situato fra via del pesco e via della concia, operato per realizzare la piazza del Littorio (oggi piazza del Popolo), qualcuno fra gli empolesi amanti dell’arte sentì subito l’esigenza di lasciare un ricordo della famiglia Neri, atteso che con la demolizione era stato abbattuto anche il palazzo della nobile famiglia. Infatti su una casa posta in piazza del Popolo, all’altezza del numero 8, si legge la seguente epigrafe incisa su una lastra marmorea: “Qui di fronte sorgeva la casa della famiglia Neri della quale fu massimo vanto Ippolito 1652-1709 medico valente e munifico rimatore di chiaro nome a’ suoi tempi tra i primi ancora degli eroicomici poeti e penultimo rampollo Lorenzo (1807 – 1870) patriotta letterato educatore valoroso scelto a rappresentare la terra natia nella Costituente toscana. Demolita nel 1932 con le attigue malsane abitazioni anche la casa dei Neri, il ricordo che la vecchia facciata serbava dei due illustri concittadini, il municipio empolese volle nuovamente inciso nel marmo. 21 maggio 1933”. L’epigrafe fu dettata dal professor Emilio Mancini. Ma chi era Ippolito Neri, per meritare tale considerazione? Cerchiamo di scoprirlo, fra oggi e domenica prossima. Ippolito Neri nacque a Empoli il 26 novembre del 1652; il padre Lorenzo era uno stimato docente universitario a Pisa. Ippolito non fece in tempo a compiere un mese di vita che la madre, una discendente dei Conti Sandonnini, era già morta. Nel giugno del 1675, Ippolito si laureò in medicina nell’ateneo pisano. Nella città della torre pendente si era distinto più per i duelli, le risse e le bravate che per gli studi. Il primo incarico di medico lo ricevette a Firenze per l’Ospedale di Santa Maria Nuova, dove ebbe per maestro Francesco Redi. Conobbe a Firenze tanti letterati coltivando la passione per la poesia; non amò mai il suo lavoro di medico. Ottenuto un posto di medico condotto a Empoli, nel 1683 pubblica i suoi primi versi. Nel 1688 sposerà Elisabetta Stefanini di Cascina; la moglie dopo soli sette anni di matrimonio lascerà vedovo il Neri, con tre figli cui badare: in tale condizione Ippolito chiederà la redditizia carica di medico dei frati dell’Ambrogiana, raccomandandosi addirittura allo stesso Redi, archiatra granducale, il quale lo rassicurerà più volte. Invece, la supplicata condotta dell’Ambrogiana sarà affidata ad un medico di Carmignano “raccomandato-sono parole del Neri- dal fattore d’Artimino e dal guardaroba dell’Ambrogiana”.

Il Teatro Salvini di Empoli nel 1907
Il Teatro Salvini di Empoli nel 1907

Lunghe le vicende che vedranno il Neri penare per vedere le sue opere pubblicate, più volte incorse nella censura degli inquisitori. “La presa di Saminiato” ad esempio, il poema eroicomico che si colloca tra i tardi epigoni della “Gerusalemme Liberata” del Tasso e per il quale il Neri è giustamente famoso nella letteratura italiana, fu pubblicato postumo, verso la metà del Settecento; l’edizione completa fu stampata nel 1764, a Firenze. è presumibile che Ippolito Neri abbia impiegato una decina d’anni per scrivere il poema, dal 1695 al 1705. La storia narrata nel “Saminiato” è ricchissima d’intrecci amorosi che fanno da sfondo ad un episodio storico più inventato che reale, la conquista della rocca di San Miniato da parte degli empolesi. Il poema narra di come, durante una battaglia fra i due eserciti, visto l’esito incerto, gli empolesi, su consiglio dell’astuto Cantino Cantini da Monterappoli, abbiano posto in essere uno stratagemma; essi attaccano nella notte la rocca di San Miniato, supportati da un gregge di capre fornite di lumicini fissati alle loro corna in modo tale da farle sembrare degli uomini armati.

 

Il progetto dell'edificio destinato ad ospitare la casa del fascio, l'ingresso del teatro e l'accademia letteraria su piazza del Littorio (ingegner Mari)
Il progetto dell’edificio destinato ad ospitare la casa del fascio, l’ingresso del teatro e l’accademia letteraria su piazza del Littorio (ingegner Mari)

«E con trenta compagni in camerata/ – dice il Neri nel canto dodicesimo del poema eroicomico “La presa di Saminiato” – e quel popol cornuto il Monte ascese/ e, marciando furtivo alla sfilata/ la via che volta a Poggighisi prese;/ poi dell’irsuta e puzzolente armata/ ad ogni corno un lumicino accese,/ e il colle con tal ordine coperse/ che sembrava l’esercito di Serse».

 

I sanminiatesi a questo punto, scorti a migliaia i lumicini appesi alle corna dei baldanzosi ovini, rimangono talmente impressionati che immediatamente senza colpo ferire depongono le armi, e gli empolesi conquistano la rocca portando via come trofeo il chiavistello del palazzo comunale; siccome i sanminiatesi avevano dichiarato in precedenza che si sarebbero arresi solo quando avessero visto gli asini volare, nei giorni successivi gli empolesi per tutta risposta celebrarono la vittoria facendo volare un asinello fornito d’ali dorate dal campanile della Collegiata. In realtà lo spunto storico dal quale parte il Neri è un episodio risalente al 1397 in cui castellani empolesi accorsero a sedare un tentativo di ribellione da parte d’alcuni abitanti della città della rocca in favore di Pisa; la storia delle capre però appare totalmente inventata, come molto altro. «Ultimo nel tempo e anco nella fama – ebbe a dire il Bargellini tratteggiando la figura del Neri – tra gli illustri emuli e seguaci del Tassoni, il Neri, per geniale e libera imitazione, per vena sincera di poeta, per giusto senso e criterio di artista, batté, s’io non erro, più d’ogni altro franco e sicuro la via dischiusa dal maestro comune». Il Neri viene presentato come il terzo esponente più importante della maniera eroicomica dopo il Tassoni autore de “La Secchia rapita” e il Lippi, celebre per il suo “Malmantile racquistato”.  Il Neri fu anche prolifico autore teatrale. Questa passione lo portò nel 1691 a realizzare a sue spese, investendo centinaia di scudi, il primo teatro in Empoli, in una grande stanza in via del Pesco attigua al palazzo di famiglia. I Neri donarono poi il teatro all’Accademia empolese dei Gelosi Impazienti; nel 1818 il teatro lasciò il posto ad un nuovo e più funzionale edificio: il glorioso e stupendo teatro Salvini, distrutto purtroppo dal passaggio dell’ultima guerra e mai più ricostruito, nonostante i numerosi appelli effettuati negli anni dal mondo culturale empolese.

La lapide che celebra la famiglia Neri in piazza del Popolo
La lapide che celebra la famiglia Neri in piazza del Popolo

IL DILEMMA DELLA DATA DI MORTE Ippolito Neri morì, sempre nella sua città, nel 1709. Però…. Una lunga querelle arriva sulla data della morte. Il dizionario di “Letteratura Italiana” Einaudi, e la “Letteratura” della Garzanti, sostengono sia morto nel 1708. Altri nel 1709. In realtà hanno tutti ragione, anche se qualcuno, pure autorevolissimo, ha omesso un particolare. Chi scrive che il Neri è morto nel 1708 spesso dimentica di ricordare al lettore che all’epoca nel Granducato vigeva lo stile fiorentino, per il quale l’anno iniziava “Ab Incarnatione”, il 25 marzo. Quindi il 22 gennaio 1708 stile fiorentino è il 22 gennaio 1709 stile comune, per il nostro calendario. Tutti concordano invece con il giorno, se è vero che il Neri muore appunto il 22 gennaio.

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA