«I parchi della rimembranza, i monumenti più belli ai caduti». Critiche di marca locale ai Monumenti ai caduti. Mario Mazzinghi all’attacco.

Se ti sei perso la Parte I, clicca su questo link

Monumento ai caduti, piazza della Vittoria Empoli
Monumento ai caduti, piazza della Vittoria Empoli

Non mancarono critiche e detrattori per i monumenti a livello nazionale, anche e soprattutto da parte di intellettuali fascisti. Figuriamoci a livello locale. Ne è testimonianza l’articolo del professor Mario Mazzinghi, empolese, pubblicato sul Piccolo Corriere del Valdarno e della Valdelsa del 7 ottobre 1923 con il titolo “Contro i monumenti ai caduti” che riproduciamo di seguito. Il pezzo era già apparso in forma di intervista sul Nuovo Giornale, suscitando numerosi consensi e notevoli dissensi. Aveva replicato a Mazzinghi anche Sergio Codeluppi.

 

«Un po’ con ritardo, ma sempre in tempo, – afferma Mazzinghi nell’articolo – sarà bene occuparsi e preoccuparsi della mania dei monumenti al povero fante – che mai nulla chiese – i quali monumenti servono molte volte a rifare la verginità e dei cattivi italiani, o a far mestare nella politica, per raggiungere qualche sfacciato obiettivo elettorale od onorifico, alcuni vecchi volponi, che tanto si affannarono – da buoni liberali e democratici – ad esporre la bandiera d’Italia, senza mai degnarsi di esporre la propria pelle per essa. Sarà bene preoccuparsi, dicevo, di questi innumerevoli monumenti i quali crescono in modo fantastico come la gramigna, ma non son degni certo di onorare il pidocchioso e sublime Fante né l’arte nostra a causa della poca serietà e coscienza con cui vengono eseguite queste opere cosiddette d’arte. I Comuni dal più grande al più piccolo, portano i segni di quest’arte bottegaia e decadente, trascinata innanzi da molti con bozzetti e monumenti privi di anima, a serie, come le pipe di coccio, senza la tormentosa passione della miseria e della lotta per la gloria, senza il calore ed il vigore dei forti, per cui è stata tanto grande un tempo l’Italia nostra. Osserviamo monumenti a base di nudi ridicoli, dalle pose più strane, degne dei quadri plastici da circo equestre; alcuni a base di aquile d’un cattivo gusto da emblemi di stato, altri con frammenti architettonici terremotati che vorrebbero avere, in armonia ad altri elementi, un certo sapore classico e che invece fanno pietà. Così il povero Fante viene ad esser messo in ridicolo sulle piazze nelle pose più buffe, ben ripulito ed incipriato con ogni cura, per parte dei nostri decadenti artisti, come se fosse uscito dal bagno o dal gabinetto di toilette.

Empoli, la piazza della Vittoria
Empoli, la piazza della Vittoria

Abbiamo girato per molte città ed esposizioni, ma non abbiamo visto un bel pezzo di scultura degna del Fante né dell’arte italiana. Conosciamo solo delle grandi opere – per averle viste da vicino – che lo Stato ha, molto opportunamente e senza il concorso degli artisti, dichiarato monumenti nazionali: il Carso, il Piave, il Monte Grappa, ecc. Chi vuole i monumenti faccia una gita fino alle vecchie trincee e tornerà appagato per sempre. Basta con i monumenti, basta! Basta! Se per ragioni di opportunità – come ben mi diceva poche settimane fa un geniale Sottosegretario di Stato, che tanta parte ha dato alla spiritualità italiana, e che approva in via di massima quanto espongo in questo articolo – non è possibile emanare un decreto per la distruzione di tutti i monumenti già eretti, smettiamo almeno di erigerne altri. Vi sono iniziative più belle per onorare i caduti: si aiutino gli orfani di guerra nello spirito e nel corpo con dei grandi orfanotrofi comunali o provinciali, da dedicarsi ai caduti, e sulle case fondate si appongano semplici lapidi con i nomi dei morti per la Patria. Ecco i veri monumenti. La genialissima idea del sottosegretario all’istruzione on. Lupi, che sì bella fiamma spirituale ha saputo destare in tutta Italia con i Parchi della Rimembranza, dei quali il nostro buon popolo ha saputo comprendere il significato, facendone – come mi diceva il loro ideatore – un patrimonio tutto proprio in nome dei più che cinquecentomila morti, e valorizzando così nell’eternità la grande guerra nazionale e Vittorio Veneto, in confronto dei nostri debiti di guerra verso gli alleati, rappresenta la nostra più preziosa ricchezza nazionale; questa genialissima idea – dicevo – ha fatto sorgere i monumenti più belli per i caduti. E se il risultato è stato, per questa iniziativa, superiore all’aspettativa, ciò si deve al significativo cambiamento della coscienza nazionale, la quale nel Fascismo ha ritrovata la propria anima.

Per me sarebbe molto più bello e significativo sviluppare la genialissima idea di S.E. Lupi con l’aggiungere ai Parchi della Rimembranza una stele o un’ara romana con intorno i cipressi dei più valorosi; bruciando poi, per la glorificazione dei caduti, nelle cerimonie commemorative, il lauro in loro onore, senza discorsi né belli né brutti, e pensando in raccoglimento al sacrificio compiuto da essi per la difesa e l’avvenire della nostra Patria. È vero che il popolo vuole i monumenti e che di preferenza gli piacciono anche i più brutti. Ma è anche vero che l’arte deve vivere al di sopra di ogni pregiudizio od esigenza delle masse. Non è per fare il futurista che mi metto contro tutte le porcherie che disonorano l’arte ed il nostro glorioso Fante. Sullo stesso argomento hanno scritto geniali artisti e scrittori come Ardengo Soffici, Corrado Ricci, Ugo Ojetti, ecc. ecc.

È doloroso vedere riprodotti nei giornali illustrati, i monumenti, a dozzine a dozzine, i quali – come abbiamo già detto – fanno abbastanza pena. E, per l’amore che nutro per il mio paese e per l’arte, mi fa anche pena il pensare come questi giornali vadano pure all’estero. Sarebbe bene, per il buon nome d’Italia, che specialmente la Domenica del Corriere smettesse di pubblicare quelle innumerevoli fotografie di documenti.

Piazza della Vittoria, Empoli
Piazza della Vittoria, Empoli

La causa di tutto questo, oltre che nel periodo decadente da noi attraversato, va ricercata anche, e sinceramente, nella poco seria preparazione degli artisti, e massimamente se si tratti di quella valanga di sfacciati e di sfaccendati, i quali si presentano a concorsi di una certa importanza, con la stessa speranza ed allo stesso modo con cui si giuoca al lotto: se riesce, riesce. E siccome qualche volta arrivano così per caso ad avere una Commissione, allora chi ne busca è proprio l’arte, il buon nome nostro ed il povero fante che fa le spese a tutti. Sono note le tormentose ricerche ed i lunghi studi a cui ricorrevano i grandi artisti nel nostro Rinascimento, cresciuti nelle rozze e pratiche botteghe dove s’imparava sul serio a soffrire e vivere per l’arte. Oggi invece nei lussuosi studi, abbelliti da stoffe e saturi di profumo, vi è tutto meno che l’arte. A conclusione sarebbe consigliabile che il novanta per cento di questi artisti cambiasse mestiere: ne guadagnerebbe l’arte e la reputazione del nostro paese il quale ha bisogno, in questo momento, di romano prestigio»[1].

 

Una voce autorevole, che interpretava il sentimento di una parte di amanti dell’arte. Ma i monumenti non avrebbero conosciuto ostacoli, e la loro proliferazione sarebbe stata costante anche per gli anni successivi. E inesorabilmente, anche sulla piazza empolese, sarebbe di lì a poco arrivato a far bella mostra di sé il colosso bronzeo troneggiante su un basamento marmoreo di ispirazione classicista raffigurante la vittoria alata, una figura indomita rivolta verso la città antica quasi a voler rimarcare la vocazione guerresca di Empoli e l’eroismo dei suoi combattenti. Nella cittadina in riva all’Arno per inaugurare l’opera di Carlo Rivalta e Dario Manetti stavolta arrivò, il 21 giugno del 1925, nientemeno che Sua Altezza Reale il Duca D’Aosta. Migliaia le persone presenti al taglio del nastro; da quel giorno, piazza Vittorio Emanuele diverrà Piazza della Vittoria. Resiste ancora oggi l’intitolazione, pur fra le mille trasformazioni che ne hanno sconvolto la fisionomia ed alterato irrimediabilmente l’impianto. La costruzione di un circuito di luoghi della Memoria nazionale, dall’identità riconoscibile e indiscussa, nel segno del mito della Grande Guerra, iniziato con la costruzione del Parco della Rimembranza, era adesso completo anche a Empoli. (2-fine)

Paolo Santini

 

[1] Il Piccolo Corriere del Valdarno e della Valdelsa, numero del 7 ottobre 1923.