Vincenzo Salvagnoli, Celestino Bianchi e Bettino Ricasoli

Celestino Bianchi in una caricatura dell'epoca
Celestino Bianchi in una caricatura dell’epoca

«Il Barone m’incarica di dirle che, veduta la gravità e l’estensione presa dalla voce nota, e considerando la sua posizione eccezionale come ufficiale pubblico, ha riputato necessario inserire in proprio nome la dichiarazione che Ella vedrà nel giornale. Vedrà pure che il giornale d’oggi è un’oscenità. Senza poter attaccare la politica non si va innanzi. Poi ci hanno ficcato quella lista di decorati, senza che io la vedessi, senza che io sapessi che esistesse, e che non ha senso. Per domani vedrò di far alla meglio, ma colle braccia così legate il giornale non si manda. All’ora che riceverà questa mia il Papa d’Empoli sarà fatto. Me ne rallegro con Lei. Qui la sua vittoria si dice sicura. Saluti, Tonino. Dalla Direzione, 15 giugno 1848. Suo affezionatissimo Celestino Bianchi». Chi scrive diverrà un grande giornalista, fondatore prima de “Il Nazionale” e poi direttore de La Nazione dal 1872 al 1885, deputato alla Camera dal 1860 al 1880 e segretario del Ministero dell’Interno all’epoca dei ministeri Ricasoli. Ma a chi scrive, e chi è il Papa d’Empoli? Scrive a Vincenzo Salvagnoli, deus ex machina de “La Patria”, è lui il Papa. D’Empoli naturalmente.

Celestino Bianchi
Celestino Bianchi

Per la cronaca, il Salvagnoli venne eletto per la prima volta al Consiglio Generale nel giugno del 1848 con 397 voti su 485 votanti. La lettera si riferisce alle accuse – la voce nota – mosse a Ricasoli di raccogliere indirizzi favorevoli a Carlo Alberto, al fine di preparare la conquista del granducato da parte del Re di Sardegna. Non è casuale la data; in quel giorno si stavano svolgendo le elezioni! E sul giornale “La Patria” usciva la smentita da parte del Barone di Brolio della “voce nota”, nonostante il parere contrario di Cencio Salvagnoli, sempre prudente per queste cose.

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA