La triste storia di Fiorenzo Cantini, deportato dalla vetreria Taddei l’8 marzo del 1944, raccontata dal cugino Mario Fioravanti

La lapide commemorativa presso la ex vetreria Taddei, oggi Largo 8 marzo 1944
La lapide commemorativa presso la ex vetreria Taddei, oggi Largo 8 marzo 1944

«A distanza di settant’anni dalla deportazione di tutte quelle persone dalla vetreria Taddei,- è Mario Fioravanti a narrare la vicenda- con la morte nel cuore per quello che successe a mio cugino il giorno 8 marzo del 1944, vorrei raccontare la sua triste storia. Fiorenzo Cantini, mio cugino appunto, aveva all’epoca 19 anni; lui e la sua famiglia abitavano a Tartagliana, frazione di Martignana, dove in quel periodo abitava anche la mia famiglia e naturalmente anche il sottoscritto in quanto sfollati a causa del bombardamento subito alle Cascine il 26 dicembre del 1943. A Tartagliana ricordo che avevamo davanti casa una catasta di legna e fascine e gli americani le colpivano continuamente perché pensavano nascondessero pezzi d’artiglieria mimetizzati. Quanti rischi abbiamo corso anche lì! Fiorenzo lavorava alla vetreria Taddei, ma da qualche giorno si era assentato dal lavoro a causa del susseguirsi dei bombardamenti. Qualche giorno prima dell’8 marzo dalla direzione della vetreria gli mandarono un avviso, contenente l’intimazione a recarsi immediatamente al lavoro, sotto la minaccia di segnalare la cosa ai fascisti ed ai tedeschi affinché andassero a prenderlo a casa. Fiorenzo, impaurito, tornò al lavoro proprio in quel fatidico 8 marzo del 1944, malgrado che i familiari, e in special modo mia madre,  lo avessero sconsigliato ad andare al lavoro.

Il monumento ai deportati dell'8 marzo 1944 a Empoli
Il monumento ai deportati dell’8 marzo 1944 a Empoli

Mamma considerava Fiorenzo come un figlio, e quella mattina gli aveva detto: “non andare, Fiorenzo, che non ti abbia a succedere qualcosa, visto che con i bombardamenti è andata bene (erano scampati per miracolo al bombardamento delle Cascine del 26 dicembre del 1943, ndr)”. Ma lui rispose “cara zia, bisogna che vada, perché altrimenti vengono i tedeschi a prendermi”. Prese la bicicletta e partì per il suo turno di lavoro, che sarebbe iniziato alle 8. Da quel giorno non è mai più tornato a casa. Dopo due ore di lavoro, intorno alle 10, arrivarono i tedeschi accompagnati dai fascisti, con in mano una lista di nomi; 26 operai della vetreria furono prelevati dai tedeschi ed inviati prima a Firenze e poi nei campi di sterminio in Germania e in Austria. Poi abbiamo saputo dai pochi sopravvissuti, in particolare da Saffo Morelli, che Fiorenzo insieme ad altri era stato utilizzato fra gli operai adibiti a sistemare ed asfaltare le strade. Mio cugino, ci hanno raccontato, è stato ucciso, al pari di tanti altri, proprio durante un lavoro di asfaltatura. Quando uno era sfinito dalla stanchezza e dalle privazioni in condizioni di lavoro assurde, veniva spesso – è ciò che è accaduto a Fiorenzo – gettato nelle caldaie dove veniva sciolto il catrame per asfaltare. Così si è conclusa la vita di un ragazzo di appena diciannove anni, pieno di forze e di tante speranze.

Il testimone, Mario Fioravanti
Il testimone, Mario Fioravanti

Lo ricordo alto, di bell’aspetto, e tutte le volte che veniva a casa nostra in via Rigoletto Martini, prima del bombardamento, all’atto di superare chinando la testa una piccola porta fra le mura di casa, con la soglia troppo bassa per lui, affermare rivolgendosi a mia madre con la gioia e la voglia di vivere di un ragazzo di quell’età: ”zia, bisogna che tu faccia alzare la soglia, sennò non vengo più a trovarti!”».

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA