Empoli, piazza Farinata degli Uberti

Dopo il terribile sfregio appena perpetrato nei confronti della facciata dell’Insigne Collegiata empolese e della fontana di piazza Farinata degli Uberti, pubblichiamo un primo articolo che ripercorre la vicenda della realizzazione della fontana al centro della piazza più importante della città. Crediamo fermamente – da sempre – che diffondere la conoscenza della storia cittadina sia un modo per prevenire questi atti. Se chi ha compiuto quest’atto avesse saputo cosa volle dire per Empoli e gli empolesi costruire la fontana, forse avrebbe riflettuto su ciò che stava per fare. In realtà questo non lo sapremo mai, però la conoscenza è davvero un’arma potente. Iniziamo con la fontana, poi ci occuperemo anche dei Leoni dei fratelli Giovannozzi, bersaglio del vile gesto di queste ore.

Una delle lapidi collocate sul basamento marmoreo della fontana in piazza Farinata degli Uberti, quella sul lato settentrionale rivolta verso il canto Guelfo, reca un’iscrizione in lingua latina, la cui traduzione può essere interpretata così: “Dopo che il sacerdote priore ed il collegio dei canonici della basilica laurenziana avevano donato agli empolesi le purissime acque delle loro sorgenti, il gonfaloniere Mariano Bini e l’auditore Gaetano Romagnoli, deputati all’acquedotto, innalzarono nel 1828 per ordine del Magistrato la mole della fontana per consegnarla alla posterità, ed a questo proposito Antonio Moggi, ingegnere civile della provincia, è fatto degno di memoria per aver favorito l’istanza. Giuseppe Martelli ingegnere fiorentino portò a termine l’acquedotto e incanalò le acque verso la fontana”.

Piazza Farinata degli Uberti, fontana lato Canto Pretorio
Piazza Farinata degli Uberti, fontana lato Canto Pretorio

L’epigrafe narra tutta la vicenda della costruzione della fontana. Delle tre iscrizioni collocate sul basamento questa è la più ricca d’informazioni. Costruire una fontana, simbolo di prosperità e ricchezza, nel bel mezzo della piazza cittadina più importante, ebbe un significato preciso. Il messaggio sarebbe stato chiaro: la borghesia empolese in ascesa aspirava a far diventare il turrito castello medievale lambito dall’Arno una cittadina moderna, al pari delle più importanti città toscane. L’acqua della fontana, dopo lunghe ricerche, fu scelta fra le migliori della zona, nonostante il fatto che le sorgenti di Sammontana, dalle quali scaturiva, fossero distanti ben oltre quattro chilometri da Empoli. I padri della Basilica fiorentina di San Lorenzo, proprietari del terreno, concessero gratuitamente l’agognata acqua, e il magistrato del comune, in segno di riconoscenza, concesse al capitolo della basilica fiorentina l’offerta annua di 2 libbre di cera bianca lavorata da presentarsi nel giorno 10 agosto, ricorrenza di San Lorenzo. Mariano Bini, ricordato nell’iscrizione come strenuo sostenitore dell’opera (storpiato poi dagli empolesi in Mariambini) ricoprì la massima carica istituzionale di gonfaloniere del Comune di Empoli (assimilabile al sindaco di oggi) dal 1823 al 1828, proprio nel momento in cui si svolsero le operazioni di costruzione della fontana. Il Bini ed un altro empolese, a quel tempo auditore del tribunale di giustizia di Firenze, Gaetano Romagnoli, furono nominati nel 1824 deputati alla costruzione dell’acquedotto.

La prima lapide sul basamento della fontana
La prima lapide sul basamento della fontana

Appena iniziati i lavori, morì il 18 giugno dello stesso anno il Granduca Ferdinando III, ed immediatamente si diffuse un senso di sgomento fra gli empolesi che vedevano messa in pericolo fin da subito la realizzazione della fontana. Intervenne allora l’ingegnere Antonio Moggi, menzionato anche lui nell’epigrafe, assicurando al Romagnoli che le fonti di Empoli sarebbero state comunque portate a compimento. Poco dopo, nel settembre dello stesso anno, il fiorentino Neri Zocchi, primo ingegnere incaricato della progettazione dell’opera, morirà per un’improvvisa malattia. Anche stavolta, quando tutto sembra volgere al peggio, interviene il Moggi assicurando agli empolesi ormai disperati la prosecuzione dell’opera. Infatti, di lì a poco fu nominato il nuovo ingegnere incaricato di sovrintendere alla progettazione ed alla realizzazione della fontana; fu individuato nella persona di Giuseppe Martelli, fiorentino allievo di Luigi De Cambray Digny e, cosa da non trascurare, grande amico dell’influente avvocato empolese Vincenzo Salvagnoli. Il Martelli portò a compimento l’opera e recò al suo seguito anche lo scultore che avrebbe eseguito le tre naiadi (le figure femminili nude che sorreggono la tazza), Luigi Pampaloni. Nel contratto stipulato per le tre ninfe con lo scultore fiorentino, si stabiliva che queste dovevano essere “parcamente aggiustate di panneggiamenti”, onde evitare un pubblico scandalo sulla piazza empolese; in realtà fu lo stesso Moggi a volere che le ninfe fossero nude, ribadendo in una sua lettera che tante statue poste in luoghi pubblici erano nude e che addirittura queste figure erano poste talmente in alto che “bisogna prender la scala per andare a vederci l’estremità del basso ventre, che poi è di marmo!”. Le considerazioni del Moggi furono molto incisive; il consiglio fu accolto e le ninfe furono messe in mostra, laddove sono ancora oggi a sorreggere la tazza, senza veli.

Paolo Santini@RIPRODUZIONE RISERVATA