Empoli 26 dicembre 1943. Gli americani bombardano la stazione ferroviaria e colpiscono il quartiere delle Cascine

Marauder B26 in fase di decollo
Marauder B26 in fase di decollo

Era una fredda mattinata di fine dicembre, una domenica, con la gelida tramontana che sferzava duramente le labbra ed i volti di quelli che si erano avventurati in centro per piccole compere in vista del pranzo di santo Stefano. Pranzo di guerra, ma pur sempre di festa, quello che si stava avvicinando per tanti empolesi; ognuno con i suoi pensieri, con il lutto per i morti sui vari, troppi, fronti dov’era stato impegnato il Regio Esercito, con in testa i tanti prigionieri finiti in luoghi sconosciuti e lontani, dei quali nulla si sapeva,con i ragazzi di casa chissà dove, qualcuno da una parte, qualcuno dall’altra alla macchia, ma tanti a combattere in nome di un’ideale; e i tedeschi in casa, e le notizie di quegli aerei minacciosi, con gli eserciti alleati che tentavano la risalita dello stivale e intanto facevano spianare il terreno all’aviazione a suon di tonnellate di bombe. Forse erano questi i pensieri di tanti empolesi quella mattina, e uno strano presagio che prima o poi la guerra avrebbe toccato anche Empoli in molti non riuscivano a toglierselo dalla testa. “Vedrai che prima o poi tocca anche a noi” era il ritornello sempre più ripetuto per le vie cittadine quasi a esorcizzare quello che nessuno avrebbe voluto immaginare. E che invece sarebbe accaduto di lì a poco. “E perché dovrebbero colpire Empoli?” Era questa la risposta che circolava per le strade, rassicurante, ma sempre con quel punto interrogativo. “E poi ci sono i rifugi, sì i rifugi, e gli allarmi antiaerei funzionano”, le altre rassicurazioni. E invece no, quella mattina l’allarme antiaereo non funzionò. Ed i comandi americani avevano deciso, com’era ovvio che fosse prima o poi, di colpire Empoli, uno scalo ferroviario vitale per le comunicazioni su rotaia fra la Toscana fiorentina, la costa, e il sud della regione. Non solo Empoli, certo. Anche Prato e Pistoia erano fra gli obiettivi. Paralizzare il traffico ferroviario nel centro nord.  Ma la stazione di Empoli, con la fabbrica di concimi chimici “Parri e Montepagani” così a portata di mano era davvero ghiotta per l’aviazione dell’esercito statunitense.

La stazione ferroviaria di Empoli distrutta dal bombardamento del 26 dicembre 1943
La stazione ferroviaria di Empoli distrutta dal bombardamento del 26 dicembre 1943

Fu così che la mattina del 26 dicembre del 1943 dalla base ormai americana di Decimomannu in Sardegna decollarono 36 aerei B26 Marauder del 319esimo gruppo bombardieri delle United States Army Air Forces diretti sulla tranquilla e sonnacchiosa cittadina empolese. Dopo un paio d’ore di volo, giunsero sull’obiettivo e a partire dalle 13 e 10  sganciarono circa 210 bombe da oltre 226 chili ciascuna. Colpirono duramente la stazione ferroviaria, il parco di smistamento, il quartiere delle Cascine, il Puntone, Ponzano, Pontorme e Pratignone. Una carneficina, con 109 morti nei quartieri colpiti, soprattutto le Cascine. Contemporaneamente altri 40 bombardieri bimotori B26 del 17esimo gruppo si erano diretti sullo scalo ferroviario di Pistoia e  altri 36 del 320esimo gruppo invece si dirigevano sul ponte ferroviario e sullo scalo di Prato. A Prato le 173 bombe caddero alle 13,13, a Pistoia una mezzora dopo. Era arrivata la guerra anche per gli empolesi rimasti a Empoli, ed era giunta nel modo più atroce e più tragico. L’episodio più grave dell’intero secondo conflitto mondiale. Errori umani, la tramontana che spirava forte, la fatalità. Soprattutto il fatto che tante persone erano concentrate nell’area a causa del giorno di festa e dell’ora di pranzo. Sembra che nemmeno l’allarme antiaereo sia risuonato in quel tragico giorno. Furono tante le concause che provocarono quella strage. Per gli americani un bombardamento riuscito, visto che lo consideravano andato a buon fine se la caduta degli ordigni era avvenuta in un raggio di circa 300 metri dal centro dell’obiettivo. In questo caso l’obiettivo principale era la stazione, e molte bombe caddero comunque ben oltre i fatidici 300 metri. (1-continua)

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA