Seconda puntata: Cèncio Salvagnoli, “La Patria” e i navicellai che bruciarono la stazione di Empoli fra la concessione dello statuto e il triumvirato

Casa di Vincenzo Salvagnoli in Via Del Papa 85 a Empoli
Casa di Vincenzo Salvagnoli in Via Del Papa 85 a Empoli

Nel 1848 il Granduca di Toscana Leopoldo II, sulla scia di altre dinastie europee concesse lo statuto; Vincenzo Salvagnoli ed il suo gruppo politico di riferimento, riunito intorno al giornale “La Patria”, giudicarono insufficienti le riforme concesse dal sovrano, distaccandosi definitivamente dall’ala più moderata dei liberali toscani. “Cencio” non condivise ovviamente neppure le scelte del breve battagliero governo provvisorio insediatosi nel 1849, capeggiato da Mazzoni, Guerrazzi e Montanelli, collocato su posizioni troppo radicali. Nel 1849 poi a Empoli i moti di piazza contro il governo provvisorio dei triumviri assunse proporzioni gravi: i manifestanti a favore del Granduca, per paura che le truppe inviate dal governo provvisorio a sedare i disordini arrivassero attraverso la nuova strada ferrata (costruita nel 1847), incendiarono la stazione e divelsero lunghi tratti dei binari. Il Salvagnoli non approvò tali azioni, ed anzi la sua svolta politica successiva fu probabilmente influenzata anche dai moti empolesi, che lo avevano addirittura individuato a sua volta come bersaglio da colpire. Di questi anni la relazione “pe’ navicellai espropriati dalla Società Leopolda”, composta nel novembre 1850 in difesa dei navicellai rimasti senza lavoro a causa dell’arrivo della strada ferrata. Lo statista empolese si ritirò dunque a Torino e successivamente a Nizza, in attesa che si placassero gli animi. Dal punto di vista politico si spostò definitivamente su posizioni che vedevano l’Unità d’Italia, sotto il segno della monarchia sabauda, come l’unica soluzione ai problemi della penisola. Nel 1858 si recò in Francia, dove incontrò Napoleone III e al quale illustrò con una memoria scritta le sue idee su quello che sarebbe stato secondo lui il futuro assetto del Regno d’Italia. Nel frattempo aveva stabilito contatti con Gioberti, Balbo e lo stesso Cavour. Dopo la seconda guerra d’Indipendenza, con la formazione in Toscana di un governo provvisorio filo sabaudo, il Salvagnoli fu nominato ministro degli affari ecclesiastici del governo presieduto dall’amico Bettino Ricasoli. La sua azione politica, ricalcata sui principi di Cavour, fu improntata alla separazione completa fra Stato e Chiesa; una misura su tutte, abolì il concordato concluso nel 1851 con la Santa Sede dal Granduca Leopoldo II. Con l’annessione del Granducato di Toscana al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II, fu nominato senatore. Nel gennaio del 1861 si era trasferito a Pisa, a causa delle sue gravi condizioni di salute. Morì il 21 marzo del 1861 e fu sepolto nel cimitero monumentale di Pisa. (2-continua)

Paolo Santini ©RIPRODUZIONE RISERVATA