Francis Ford Coppola trasse ispirazione dalle battaglie del Genio vinciano

Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola
Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola

 

Leonardo Da Vinci non esitò a definire la guerra “pazzia bestialissima”, eppure per oltre due decenni, quello dell’ingegnere militare fu uno dei suoi mestieri preferiti. E lo svolse con perizia, e come sempre nel segno della genialità. Non che il Genio di Vinci fosse un veterano della prima linea, tuttavia sembra che abbia partecipato, e in più di un’occasione, anche a sanguinose e ferocissime battaglie. Del resto, certi particolari che lui descrive per consigliare ai pittori come rappresentare una battaglia, non possono che essere il prodotto di un’esperienza diretta, vissuta sul campo dal punto di vista del soldato. E il tema della cinquantunesima lettura vinciana, tenutasi nel 2011, fu proprio “Le battaglie di Leonardo”. Uno straordinario Carlo Vecce raccontò al foltissimo pubblico accorso nel tempio degli studi leonardeschi, la Biblioteca Leonardiana di Vinci, il dilemma di Leonardo di fronte alla domanda che l’artista si pose già dieci anni prima di raffigurare la celebre Battaglia di Anghiari sulle pareti del palazzo della Signoria: come rappresentare visivamente una battaglia. E lo raccontò legando letteratura, pittura, disegno, e facendo scorrere sequenze cinematografiche tratte da capolavori di autori che hanno avuto in Leonardo il loro ispiratore e capostipite, partendo dall’opera di registi come Sergei Eisenstein per arrivare al monumentale Francis Ford Coppola dell’insuperato Apocalypse Now (che non a caso vinse anche l’oscar per la miglior fotografia). In mezzo, il Morgante del Pulci, le battaglie fra romani e cartaginesi descritte da Livio, la battaglia di Farsalo di Lucano.

La scena centrale della battaglia di Anghiari, copia da Leonardo Da Vinci
La scena centrale della battaglia di Anghiari, copia da Leonardo Da Vinci

Nel Codice A (1492) Leonardo si era cimentato nella soluzione del problema, trascrivendo un testo dal titolo “Modo di figurare una battaglia” destinato ad essere il nucleo più antico di un “libro di pittura”. La ‘battaglia’, in effetti, fu un genere di grande fortuna nell’arte del Quattrocento, considerato un difficile campo di prova per l’invenzione e la composizione della “storia”. E invece il figurare ha per Leonardo un significato più profondo, e più direttamente legato al descrivere, all’uso del linguaggio verbale, lo strumento necessario per ‘raccontare’ la globalità dell’evento e ricrearne dall’interno le scansioni temporali. Questo per arrivare a dire che forse solo il cinema sarebbe riuscito a dare alle diverse sequenze disegnate dal Genio un filo unitario, per mezzo del montaggio. Infatti, così come accade con i tardi ‘Diluvii’, così anche le battaglie di Leonardo si rivelano ‘impossibili’ da figurare. Sono, quelle del Vinciano, battaglie moderne, non più eroici scontri di cavalleria medievale sul modello della battaglia di San Romano, ma mischie confuse nella nebbia prodotta dalla polvere da sparo delle artiglierie, un caos di suoni e odori in cui si muovono, come fantasmi, figure d’uomini e d’animali. Visioni dantesche, queste battaglie rendono visibile un inferno terreno, creato dalla stessa follia dell’uomo e ‘misurabile’ con osservazioni di ordine fisico e meccanico: la leggerezza e la densità del fumo e della polvere, i movimenti ascensionali e discensionali dell’aria, le mistioni di fluidi (il sangue, l’acqua, il fango). La battaglia offre un enorme campionario di movimenti del corpo umano e di passioni dell’anima esteriorizzate nelle espressioni del volto, frutto per l’artista vinciano degli studi di fisiognomica che lo impegnarono per tutta la vita. La battaglia, uno spettacolo bello e terribile, che introduce in termini quasi sacrali e rituali un tema essenziale in tutta l’opera di Leonardo, quello dell’estetica della violenza.

Paolo Santini