La vetreria empolese descritta da Corrado Alvaro

I link alle puntate precedenti:

Puntata numero 1, la città descritta da Corrado Alvaro

Puntata numero 2 L’Arno verde e il tramonto rosso

Puntata numero 3 Vino rosso e vetro verde. D’Empoli!

Oliere, gattini, fiaschette e bicchieri di vetro verde
Oliere, gattini, fiaschette e bicchieri di vetro verde

Fuori, a perdita d’occhio, ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi, separati da muriccioli tra magazzini confinanti. Paiono orti di grosse zucche; i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie, con tutti i toni del verde. È un mondo assai precario. Ma in un altro magazzino chiuso, le oliere all’infinito, le bottiglie, quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case, qui acquistano quasi aspetti di tribù; a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi; altre oliere da trespolo, coi loro turaccioli, paiono delle bambine con la testina e il collaretto; e su questo tema, all’infinito, gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine, sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano, che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali, per generazione, e le razze diverse erano i diversi colori d’ognuno sotto le stesse forme. E i vasi per fiori, gli ornamenti dei salotti, aprivano bocche mostruose e sembravano pezzi d’anatomia. C’erano violente simpatie e antipatie; ognuno di quegli oggetti ricordava un ambiente, i comodini da notte, le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tastoni, la bottiglia della camera d’albergo, il bicchiere dell’osteria, le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri, e gli ospedali, i cestini da viaggio. E si scorgevano vecchie forme, antichissime, della nostra infanzia, o di paesi visitati. Oggi escono da ognuna di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno, e trecento di vetro artistico. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola; il forno del vetro è come un gran calamaio cui attingono tutti, e in circolo ognuno si dispone con la sua canna. È come se concertassero degli strumenti. Dev’esser la stessa emissione del fiato, tant’è vero che ogni esemplare è uniforme, e fra l’uno e l’altro non v’è che un’oscillazione media di venti grammi di peso. Il soffitto è altissimo, di travi e d’assi, come d’un’antica fabbrica o d’un’antica chiesa; il gruppo degli operai sta raccolto in mezzo, tra i potenti ventilatori e le finestre; su una tabella, col gesso, sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidiane degli operai». (4-continua)

Paolo Santini