Daniela Mancini
Daniela Mancini

A Daniela Mancini è accaduto spesso di ritrovarsi al centro di eventi che hanno segnato la recente storia d’Italia. Ed ha voluto raccontare in un libro le sue storie, che a un tratto diventano storie collettive, patrimonio di un popolo. L’autrice ci racconta la sua infanzia vissuta nell’Italia del boom economico. La Seicento del babbo per la gita domenicale alla casetta Pulledrari con la sosta forzata per l’ebollizione dell’acqua del motore, il frigorifero e la lavatrice, la televisione e la stufa a carbone. I simboli della scalata sociale. I viaggi avventura in un’Italia piena di speranza e di futuro (la visita alla sorella nella colonia di Piancaldoli con la comitiva accompagnata da Bestemmino di Lamporecchio è una vera chicca). Un’Italia in cui il padre di Daniela, nonostante non fosse credente, faceva da autista volontario con la propria automobile al parroco quando doveva spostarsi! Un’Italia diversa certamente. Insomma, suo malgrado, e da comune cittadina di una comunissima città di provincia dopo, e prima ancora di paese, Daniela è stata spesso al centro di vicende salite alla ribalta delle cronache nazionali. Il libro forse nasce un po’ anche da questo essersi trovata nei luoghi più adatti a raccontare i fatti, gli accadimenti. Uno degli aspetti più significativi del volume autobiografico “ La tua storia nella mia” è senz’altro la capacità di legare episodi a tutti noti con aspetti personali, spesso intimi e ignoti ovviamente ai più. È stata tante volte sfiorata Daniela, attraverso vicende che hanno colpito gli amici e i conoscenti, talvolta toccata nel profondo negli affetti più intimi. Il padre che conduce il treno Italicus in quella maledetta notte fra il 3 e il 4 agosto 1974, una delle notti della Repubblica nel periodo della strategia della tensione. Una notte di morte e di terrore in cui la giovane Democrazia italiana ha vacillato. Il paragrafo “I conti con il passato”, è significativo per introdurre il tema di un paese che probabilmente i conti con il proprio passato recente non li ha ancora fatti. Ed ha paura a farli. La sensazione degli anni Settanta di non essere liberi, e la paura del comunismo diffusa nelle classi borghesi, affrontata con fresca leggerezza tratteggiando la spassosa figura di Gesuina – la vicina di casa – che aspetta i risultati delle elezioni politiche del 20 giugno del 1976 e durante lo spoglio sviene: “Ma è vero che arrivano i comunisti? Ci porteranno via tutto?”. Poi la DC guidata da Benigno Zaccagnini vincerà le elezioni, ma il PCI di Berlinguer otterrà un risultato storico. La bestemmia toscana poi, è un paragrafo che tutti i non toscani dovrebbero leggere. La vivacità con la quale viene affrontato l’argomento ne fa un piccolo caposaldo della toscanità illustrata. C’è posto per i mestieri dimenticati, come il semellaio, venditore a domicilio di panini di lusso – i semelli appunto – che in pochi potevano permettersi. E poi la scuola. La scuola vissuta al di qua della cattedra e il salto, nel 1977, in un osservatorio privilegiato, dove la professoressa Mancini ancora si trova a partire dal primo incarico all’ITI Leonardo da Vinci a Firenze. E la rabbia di Matteo, uno studente della “sua” scuola, il Ferraris Brunelleschi di Empoli; Matteo, che si è sempre addossato la completa responsabilità dell’aggressione ai due Carabinieri del lunedì di Pasqua del 2011, il giorno del rave maledetto a Sorano, conclusasi con la tragica morte dell’appuntato Antonio Santarelli e il ferimento di Domenico Marino. E per questo condannato a vent’anni di carcere. C’è anche questo nel libro della professoressa Mancini. Perché anche ciò che non avremmo mai voluto leggere fa parte della vita.

Paolo Santini@RIPRODUZIONE RISERVATA